Facebook è oramai una di quelle cose che nel bene o nel male, fanno stampa. Proprio come lo era Second Life un paio di anni fa: giornali, blogs, media e chi più ne ha più ne metta, se non trattano Facebook non sono “al passo coi tempi”. E allora eccomi qui a rincarare la mia acidissima dose contro il socio-cazzeggial network più famoso della rete. Qualche decina di interventi fa avevo accennato qualcosina circa le politiche “poco trasparenti” (eufemismo, ndr.) di faccialibro in materia di privacy e del trattamento dei dati; cosa fastidiosa quanto bizzarra. E ora ecco la goccia che fa traboccare il vaso, abboccare i media e sboccare gli utenti: il sondaggione.

Ripetiamo un pò di storia. Fare sondaggi è un vizio nato ed esploso in America soprattutto grazie a quel cervello a otto-core di Gallup (mi riferisco a George Gallup, il famoso statistico statunitense e non a Simon Gallup, bassista dei The cure…); parlo di quasi un secolo fa, intendiamoci. In Italia, come di solito accade, le mode Americane arrivano con un pò di ritardo…ma alla fine, arrivano eccome. Al giorno d’oggi l’Italia fa un (ab)uso costante dei sondaggi, riproponendoli dappertutto: politica, tv, media, a lavoro, a scuola e perfino a casa (chi non riceve costantemente telefonate in stile “chi vuol essere milionario?“). D’altronde la mania del “sondare” è forte: la statistica è roba potente…e lo dico da laureato in ricerca sociale con tesi in statistica. Ma dov’è l’inghippo?

Il metodo. Date un’occhiata ai giornali o a qualche programma televisivo che propone sondaggi e leggerete frasi del tipo “il 70% degli Italiani afferma che…“. Tutto normale. Diventa a-normale quando questo campione è poco rappresentativo o non ampio abbastanza per essere la base di una conclusione tale da rappresentar qualcuno. Per dirla in parole povere, noto come spesso si generalizzi un fenomeno basandosi sull’intervista di poche centinaia o migliaia di persone. E quelle persone? Chi erano realmente? Posso dire che il 70% degli Italiani sono vegetariani…magari, prendo come campione le persone che fanno una spesa maggiore di 15 euro al giorno dal fruttivendolo; oppure che il 90% degli Italiani ha un pc, intervistando persone che escono da negozi di informatica. Potete quindi immaginare come uno strumento simile sia sensibilissimo e quanto abbia bisogno di metodo, attenzione e serietà nella sua implementazione. Figuriamoci poi quando si vuole sollecitare (o solleticare?) “il senso di cittadinanza” attraverso uno strumento simile intervistando, magari, il “popolo della rete”…signori e signore, siamo davanti ad un atto di democrazia elettronica pura…e a metterla in pratica, oggi, è proprio lui: Facebook.

E-Democracy Feat. Cittadinanza, parole con un significato complesso e lontane da un fenomeno come quello di Facebook; qualcuno potrebbe darmi del pazzo (o dell’ignorante) nell’usarle accanto ad un social network simile. E se lo faccio, è perchè leggo sulla stampa di tutto il mondo, che Facebook è attualmente una comunità di oltre 200 milioni di persone, praticamente il 5° paese al mondo per popolazione…assurdo. Per non parlare di una “natalità” di 500.000 persone al giorno! (iscritti, ndr.) Quindi, se di “paese” parliamo, è giusto farlo con i termini più adatti possibili.

Ritorniamo al topic, in maniera diretta e semplice.

Facebook fa il furbo con la privacy degli utenti: rende difficile la rimozione dei profili e dei propri dati, figuriamoci poi con il materiale che uplodiamo (come ad esempio le fotografie). Un maggior numero di persone stanno accorgendosi di questa cosa, il web ne dibatte sempre di più, il web inizia a criticare facebook (paradossalmente, lo fa su Facebook stesso, grazie a gruppi di discussione). Lo staff di Mark Zuckerberg avverte il cattivo sentore e pensa allora di “sfidare” la propria utenza; riassumo la sintesi strategica di Facebook con questo discorsetto:

“Cari utenti, affido a voi la decisione sulla privacy. Decidete voi se modificare o meno l’attuale politica sulla riservatezza dei vostri dati e fatelo attraverso un sondaggio. Due condizioni: avete poco tempo per rispondere e dovete farlo in pochi, appena il 30% di voi tutti. Solo così la vostra decisione potrà essere validata e presa seriamente in esame”.

Che pasticcio….tra me e me, rifletto:

  1. -Un quorum al 30% non rappresenta neanche la metà degli utenti. Non si parla di maggioranza. Non si fa attenzione all’opinione generale. E se l’altro 70% ha un’opinione contraria al 30% decisionale?
  2. -Un quorum fissato al 30% di 200 milioni di utenti significa 60 milioni di persone.
  3. -Far votare 60 milioni di persone in una settimana è roba da guinness.
  4. -Cos’è sta roba?

Tralasciando il discorso provocatorio sulla democrazia, ne faccio uno più adeguato sulla partecipazione e trasparenza; paroloni tanto antipatici anche alla politica italiana (date un’occhiata ai decreti 142/90, 241/90, 150/2000 e alla contorta storia della comunicazione istituzionale in Italia…). Dove vuole realmente arrivare Facebook? Dietro questo social network da brivido, c’è una realtà amministrativa forte o traballante? Che senso ha lasciare la voce ai propri utenti e farlo in maniera tale da rendere sterile ogni forma di partecipazione “politica”? (perchè questa decisione ha un vero e proprio peso politico…).

Pensavo che gli Americani su certi aspetti fossero più seri degli Italiani. Soprattutto quando si parla di statistica e sondaggi. L’eredità di Gallup c’è, non bisogna negarlo. Ma attualmente vive in qualche realtà lontana dalla California. E lo stesso George Gallup sta ora rivoltandosi nella tomba, urlando e sbattendo i pugni contro la bara per poter uscire e darle di santa ragione a Zuckerberg.

Vi prego, fatelo uscire.

PS: Ve lo chiede il 100% degli autori di questo blog.

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