Da qualche settimana sono alla ricerca di un’azienda che mi conceda la possibilità di concludere la mia tesi di laurea all’interno della sua organizzazione. Ho provato ad inviare qualche mail tramite i moduli appositi presenti sui diversi siti internet ma ahimé, non ho mai ricevuto risposta. Ed allora, ho pensato di scrivere questo articolo per rendere la mia richiesta più visibile e far girare la mia proposta anche su canali differenti (come ad esempio Linked-In).

Per comodità, riassumerò qualche notizia schematicamente:

Gli studi. Laura Specialistica in “Comunicazione pubblica, sociale e politica” presso la facoltà di Sociologia dell’Università degli studi di Napoli Federico II (dal sito della facoltà: Obiettivo del suddetto corso di laurea è quello di formare una conoscenza valida nei diversi settori applicativi della ricerca sociale e della comunicazione con particolare riferimento alle attività di analisi di organizzazione e di gestione delle risorse umane).

Esami: Numero esami sostenuti=18 (da febbraio 2008 ad oggi); Numero esami rimasti=6

Media voto attuale: 29.56

Data prevista per la discussione: Ottobre 2009 – Dicembre 2009

Materia tesi: Statistica e Risorse Umane (In sintesi, Metodologie statistiche per le risorse umane)

Azienda ricercata: Una media-grande azienda con un buon numero di dipendenti (questo faciliterà l’uso delle metodologie statistiche che intendo implementare).

Oggetto: Studio empirico nel campo delle Risorse Umane. E’ un lavoro che va concordato nei particolari con l’azienda così da valutare anche particolari esigenze o richieste particolari della direzione. Ogetti da me privilegiati sono: analisi della Fiducia Organizzativa (network analysis, concezione e stratificazione della fiducia in relazione alla struttura organizzativa), analisi del clima organizzativo, analisi della leadership, studio nel campo dell’Organizational Behaviour.

Strumenti: applicazione di strumenti per la ricerca qualitativa e quantitativa. Questionari psicometrici, interviste, brainstorming, etc.

Richieste: Il lavoro si articola in quattro fasi. Nella prima fase prevedo un incontro con una figura professionale che farà da “tutor”: concorderò il lavoro e mi sarà illustrata l’intera struttura organizzativa aziendale. Sarà un momento chiave per la risoluzione di dubbi e per ottenere risposta ad ogni domanda che concerne il mio elaborato. Nella seconda fase, sarà realizzata un’intervista ad una figura chiave della struttura organizzativa, così da raccogliere informazioni generali sull’organizzazione: storia, identità, cultura d’impresa, etc. Nella terza fase sarà somministrato lo strumento scelto: nel caso dei questionari, saranno somministrati via web così da non interferire con il lavoro del personale e permettere la compilazione in un momento di pausa dal proprio lavoro. Nella quarta e ultima fase (opzionale, a discrezione dell’azienda) potranno essere illustrati i risultati della ricerca. Intendo sottolineare che l’intero lavoro verrà realizzato in breve tempo (almeno nella raccolta dei dati e per ciò che concerne la partecipazione dello staff aziendale) così da non appesantire il carico di lavoro svolto dal personale coinvolto.

Superfluo aggiungere che non vedo l’ora di iniziare l’elaborato e di realizzare un’ottima tesi che sia motivo di crescita professionale nonché capitolo finale dei miei studi accademici.

Per qualsiasi info contattatemi tramite il mio sito, il profilo Linked-In o tramite email.

Attendo ansioso ;)

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…e questa volta, i punti di sutura non servono perchè rimediare, diventa davvero difficile. Questo oramai è il mio quinto anno pieno alla Federico II° di Napoli e posso affermare, che nel corso di questi cinque anni, l’università è cambiata..e di parecchio. E mi riferisco, in particolar modo alla facoltà di Sociologia. Non dimenticherò mai i miei primi anni: l’unica cosa che alimentava l’insoddisfazione degli studenti erano gli spostamenti di sede tra vari corsi (ad appena pochi minuti di distanza), per il resto, tutto andava. Tantissimi corsi, un’offerta formativa completa e fatta di ottimi docenti dalla grande esperienza e dalle differenti scuole di pensiero. Ad oggi è cambiato molto: ed è evidentissimo. Corsi non attivati, confusione tra i diversi ordinamenti, docenti decimati e disorganizzazione. Lo vedo e lo sento sulla mia pelle…la risposta dei docenti? I fondi, questi maledetti fondi che mancano. La ricerca e l’istruzione è tutto per uno stato: è la vera ricchezza, è il futuro di tutto e tutti…e speriamo, che qualcuno lassù (e non intendo in paradiso…) lo capisca bene e una volta per tutte…

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Finalmente posso chiamarla così. Quando feci richiesta della tesi durante il mio percorso di studi della laurea triennale, il Prof. mi rimproverò sul nome del lavoro: tesi era sbagliato ma era corretto definirla “prova finale”. Una piccola precisazione che mi costò un ridimensionamento della mia felicità. “Prova Finale”. Non so, mi sa molto di elaborato per la prova d’esame del liceo, quasi a sminuire la mole di lavoro di un quasi-laureato. Aldilà del nome e delle futili precisazioni, rieccomi qui, pronto a chiedere, ufficialmente, la mia tesi di laurea. Oggi. Cambiano le tematiche, avendo definito ciò che voglio essere da grande. Mi sposto dal marketing e dalla ricerca di mercato, alla gestione/valutazione delle risorse umane. Ho un’idea di elaborato per la testa e oggi la proporrò…vedremo cosa ne esce. Sicuramente sarà qualcosa in linea con il mio prossimo futuro, vale a dire con il master che ho scelto. Selezioni passate e iscrizione completata. Inizio, ottobre prossimo. Una scelta attenta e ponderata a lungo: un investimento sulle potenzialità e sul futuro…una sorta di sfida cercata, l’ultimo step per l’accrescimento professionale e il lancio nel “mercato del lavoro”. Proprio questa iscrizione, sembra avermi dato un bel pò di carica: “Comunicazione pubblica e istituzionale“, “Comunicazione di pubblica utilità” e “Laboratorio audiovisuale“, saranno i tre esami che sto preparando e che sosterrò nell’arco di 9 giorni…adrenalina a mille, e i giri salgono.

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Non mi è mai stato simpatico Facebook, motivo per il quale sono praticamene forse l’unico che non ce l’ha. Motivo? Innanzitutto l’utilità…si ok, trovare amici che non trovi da tempo: ma sinceramente, non sono il tipo che piazza con leggerezza, dati, foto, e informazioni personali qua e la sulla rete. E poi, mi annoia: che ci posso fà. Specialmente se poi la rimozione di questi dati “sensibili”, diventa difficile (ostacolata dal social network stesso…) e se gli hacker di tutto il mondo, diventano interessati alla piattaforma. Proprio stamane, leggo sul Corriere.it:

Gli hacker non risparmiano neanche Facebook: solo nell’ultima settimana il celebre social network è stato oggetto di cinque attacchi da parte dei pirati informatici. Secondo alcuni esperti, citati dalla Bbc, gli hacker stanno tentando di “rubare” i dati sensibili degli utenti utilizzandoli per insidiare il server, approfittando della fiducia e dei contatti degli iscritti. Una sorta di cavallo di Troia sotto forma di applicazione che una volta installata si riproduce sugli account dei propri amici.

APPLICAZIONI «MALIGNE» – «È stata una settimana piuttosto brutta per i social network in generale», ha affermato Rik Ferguson, capo della sicurezza della società informatica “Trend Micro”. Secondo Ferguson, la scorsa settimana Facebook è stato colpito da quattro applicazioni «maligne» tra cui una nuova variante del virus “Koobface” che aveva già attaccato il social network a dicembre dell’anno scorso.

Alla luce di questo, diventa davvero buffo che proprio ieri, durante la prima lezione di corsi universitari (secondo semestre), un docente ha praticamente “imposto” l’iscrizione su questo social network, affinchè si possa “discutere in gruppi di discussione” gli argomenti trattati durante il corso…sapevo che sarebbe giunto quel momento!

Alzi la mano chi non ha Facebook

La mia, era l’unica in un’aula gremita di noobs informatici. Per poco non ho dovuto motivare la mia mano all’aria con un “mi spiace, ma non ne capisco né di internet e né pc…”; vaglielo a spiegare al tipo, che la mia è una scelta (quando lui, si dimostrava fiero ed intellettualmente orgoglioso di questa nuova modalità di corso attraverso uno “strumento online” quale appunto il Social Network). Ci sono i forums, i gruppi di discussione, cose molto più private, intime, sicure e con funzionalità più adeguate (per non dire professionali). Ma evidentemente, la mania di scendere “a fondo” nelle vite altrui è sempre più forte; non mancando di rispetto ad un pizzico di doppia vanità, insita nel dover dimostrare al mondo, che si sa trasformare un’opportunità come facebook in qualcosa di diverso dalla propria natura e mostrarsi colti e “al passo” delle tecnologie a tutta la propria rete sociale.

Provocazioni. Torniamo alle cose serie.

E ora? Come farò? Farò il profilo o non lo farò? Magari, invento dei dati…shhhh, ma non lo dite a nessuno :)

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E’ giunto molto prima del previsto, come per non farmi perdere neanche una sola giornata universitaria di questi ultimi mesi. Febbraio è oramai alle spalle, e con sé si porta Filosofia della Narrazione (Prof. Di Costanzo), Comunicazione d’Impresa (Prof.ssa. Giannini) e Contesti Organizzativi (Prof.ssa Fiore). Da lunedi parte l’ultimo semestre universitario della mia vita: corsi ed esami non semplicissimi e tanta, ma davvero tanta malinconia. Sembra ieri che mi son iscritto alla triennale e un’ora fa che ho fatto l’iscrizione alla specialistica. Un anno davvero molto intenso tra tesi, corsi, colleghi, persone ed amici speciali. Da ripetere! …almeno per un altro semestre…

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scarabocchio…e pensare, che quando lo faccio durante i corsi ascoltando i prof che spiegano, quasi mi prendono in giro per il mio “non prendere appunti”! eheh, leggete un pò quest’articolo pubblicato da repubblica.it questa mattina…

LA VENDETTA DEGLI SCARABOCCHI.
Uno studio inglese rivela che quei disegni aumentano del 29% la capacità di seguire un discorso.
Siete il genere di persona che alle riunioni con il capufficio, oppure in classe mentre il prof fa lezione, o nelle telefonate in cui c’è più da ascoltare che da parlare, prende in mano una penna o una matita e scarabocchia distrattamente ghirigori su un foglio di carta? Be’, se il capufficio, il prof o chiunque altro vi sorprende in flagrante, se ne esce con frasi del tipo “smettila di distrarti a quel modo e presta attenzione a ciò che dico”, adesso potete zittirlo con il supporto della scienza: spiegando che riuscite a stare attenti proprio grazie a quei disegnini senza senso.

Più attenti, concentrati e mnemonici, in effetti, di chi gli scarabocchi mentre gli altri parlano non li fa. Lo afferma un esperimento condotto da ricercatori del reparto scienze cognitive del Medical Research Council della Cambridge University. Scarabocchiare mentre si ascolta, affermano gli studiosi, aiuta a ricordare i dettagli: dunque l’esatto contrario del diffuso luogo comune secondo cui lo scarabocchio spinge la mente a perdersi nel vuoto.

Per verificarlo, gli scienziati inglesi hanno dato un banale compito ripetitivo, in pratica disegnare scarabocchi, a un gruppo di volontari che doveva contemporaneamente ascoltare un noioso messaggio telefonico. Confrontando la capacità di ricordare il contenuto del messaggio con un gruppo di ascolto che non era stato invitato a scarabocchiare, si è scoperto che lo scarabocchio aumenta la memoria del 29 per cento. Interrogati al termine dell’esperimento, senza sapere in che cosa consisteva o cosa cercava di misurare, coloro che scarabocchiavano hanno ricordato mediamente 7,5 nomi di persone, di luoghi e altri dettagli secondari del messaggio, mentre coloro che non scarabocchiavano ne hanno ricordati soltanto 5,8.

“Se una persona svolge un’attività passiva, come quella di ascoltare una noiosa conversazione telefonica, può cominciare a sognare ad occhi aperti”, commenta il professor Jackie Andrade, della facoltà di psicologia dell’università di Plymouth. “E sognare a occhi aperti induce a distrarsi da quello che si sta facendo, con il risultato che lo fai meno bene. Svolgere contemporaneamente un semplice compito, come appunto è scarabocchiare, può essere sufficiente a interrompere il sogno a occhi aperti senza compromettere la prestazione che si sta compiendo”.
In parole povere, scarabocchiare permette di non distrarsi e aiuta a seguire meglio il filo del discorso.

Non è la prima volta che vengono messi in luce i benefici dello scarabocchio. Un libro diventato un best-seller in Francia e pubblicato anche in Italia nel 2007, “Quaderno di scarabocchi per chi si annoia in ufficio”, sostiene che scarabocchiare è una terapia anti-stress, fornendo perfino un sito Internet, www.swarmsketch.com, per chi desidera farlo sul web anziché su carta. In un altro volume, uscito nel nostro paese nel 2005, “I disegni dell’inconscio”, gli psicologi Evi Crotti e Alberto Magni elencano sei diverse categorie di scarabocchi, ciascuna rivelatrice di un particolare stato d’animo: per cui ad esempio chi tratteggia labirinti sta cercando una via d’uscita da una situazione di stallo, chi disegna palme vorrebbe trovare un’oasi di pace, chi fa schizzi di un’automobile rivela un desiderio erotico non soddisfatto.

Lo scarabocchio, del resto, è vecchio come l’uomo: ci guarda dalle pareti delle caverne della preistoria, rispecchia l’animo del genio nei taccuini di Leonardo da Vinci, diventa pop-art nei moderni graffiti di strada. E poi ci sono gli scarabocchi d’autore: le spirali di Balzac, gli anelli di Beethoven, gli animali immaginari di Malraux. Senza dimenticare gli scarabocchi tracciati da molti dei nostri deputati durante le sedute alla Camera: sebbene venga il sospetto che, nel loro caso, lo facciano sperando effettivamente di distrarsi, mica per prestare più attenzione.

…e per quest’ultimo semestre universitario, tutti armati di matita, creatività e spensieratezza ;)

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Per la mia strada

gennaio 30th, 2009 | Posted by Gianmarco Esposito in Personale | Progetti | Università - (0 Comments)

Non avevo mai guidato alle 5 del mattino. E’ stata una bella esperienza…anche se durata appena 3 ore.

Tra poco più di un mese, mi attendono le prime selezioni di un master che ho scelto; quello si, che sarà un bel viaggio. Direzione: Stresa…nel giorno del mio onomastico. Chissà se tra i regali non ci sia una risposta positiva e così, da ottobre, partenza. Penso spesso a quel momento: sapere di partire e al tempo stesso, di non tornare più…perchè quando si fanno delle scelte del genere e si intraprende una strada nuova che ti porta lontano, la via del ritorno difficilmente ti riporta a casa. Niente effetto boomerang, imprevedibilità totale. Per me, ottimizzatore e razionalista per eccellenza, sarà una bella sfida: ma mi sento pronto, pronto al “grande salto”.

Ora non mi rimane altro che studiare e affrontare questa difficile sessione di esami universitari…in programma ci sono Contesti Organizzativi, Comunicazione d’Impresa, Comunicazione Pubblica e Istituzionale e Filosofia della Narrazione; forse pretendo troppo da questi due appelli…ma sento di dover far spazio a nuove opportunità che non mi aspettano e quindi, via…per la mia strada.

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Ieri sono stato al Career Day proposto dalle università Italiane…è stato il mio primo career day e posso dirmi abbastanza deluso. Doveva essere un’opportunità per far incontrare aziende e studenti, parlare di possibili inserimenti e perchè no, analizzare obiettivamente qualche curriculum. Molte aziende hanno invece “proposto” il loro master interno (iscriviti al master, solo 9500 euro+iva e dopo forse ti inserisci in azienda come super-mega-iper stipendiato), hanno semplicemente distribuito flyers (con tanto di sito ove spedire il CV) e in pochi, hanno affrontato dei colloqui…non troppo seri. Un pò c’era da immaginarselo..si parla di un traffico di quasi 3.000 studenti e di una trentina di aziende…però, sarei stato più entusiasta se tutte le aziende partecipanti all’evento, avessero proposto serie offerte di lavoro per noi poveri laureati…

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Sono finalmente iniziati i corsi di quest’ultimo anno universitario…ed è un pò come sentirsi al 5° liceo: un pò non si vede l’ora di finire e un pò si vorrebbe tardare il traguardo il più a lungo possibile…perchè? Perchè il dopo è un mistero e come tale, mette un pò di paura. Master a Londra, qui in Italia o magari si lavora subito? E’ ancora presto per pensarci, ora voglio solo godermi quest’ultimo anno da “liceale”…che tempi come questi, non ritorneranno più.

E allora sotto con: Comunicazione di pubblica utilità, Contesti organizzativi, Filosofia della narrazione, Comunicazione pubblica ed istituzionale…caspita! ;)

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Ieri ho dato finalmente l’esame di Scienza dell’opinione pubblica, tenuto dal prof. Francesco Amoretti. Abbiamo consegnato (io, Marianna di Sarno e Letizia Donnarumma) e commentato un elaborato dal titolo “Un muro impenetrabile (ad hoc) dell’informazione; uno studio dei media, dell’informazione pubblicata e del rapporto che hanno con l’opinione pubblica, richiamando elementi interpretativi come ad esempio quello dell’accessibilità, della creazione dell’emergenza e della strumentalizzazione da parte dello stato e dei poteri che affluiscono in esso. Un lavoro molto interessante che sottolineato differenze e analogie di due casi storici, il “Caso Peci” e degli anni di piombo e i moderni casi delle “Intercettazioni telefoniche”.

Ecco un assaggio del nostro lavoro…
2.6 Il muro dell’informazione è davvero impenetrabile?
Questo è uno dei quesiti che ci siamo posti, confrontando parallelamente due periodi storici. Abbiamo analizzato gli anni ’70, i famosi anni di Piombo,  caratterizzati da uno clima violento, dove  parole come  lotta”, “eversione”, “terrorismo” erano  il cibo preferito delle Brigate Rosse, organizzazione di estrema sinistra, che eseguivano azioni illegali , eseguite con specifici obiettivi e scopi, al fine di intimorire il mondo giornalistico e di accrescere l’effetto
risonanza di cui il terrorismo aveva bisogno. Difatti come conferma Alberto Franceschini, uno dei protagonisti della lotta armata, intervistato da Sergio Zavoli nel 1989, nell’ambito dell’inchiesta giornalistica, i mass media erano uno dei grandi punti di riferimento, in quanto dovevano trasmettere informazioni, anche se informazioni comunque manipolate da altri poteri. Ed era proprio una certa predisposizione alla remissività, come osserva il sociologo Ferrarotti, un’incapacità palese di approfondire l’analisi dei fenomeni eversivi, i più grossi peccati di cui si è resa colpevole la categoria giornalistica italiana, per anni incapace di  fornire all’opinione pubblica validi strumenti di comprensione del
fenomeno, ma solo sensazionalismo, allarmismo e giudizi morali. Ed è il caso di Aldo Moro, uno dei modelli esemplari, dove non vi era nessun tentativo organico e documentato capace di offrire ai lettori un ritratto veritiero e non fantastico dell’universo terroristico e degli ambienti che ad esso fanno riferimento. Gli interrogativi e dilemmi difatti, in quegli anni erano molti: Pubblicare o autocensurarsi? Come informare senza fare cassa di risonanza del terrorismo? Trattare o non trattare con i brigatisti? Favorire il loro gioco, ed acuire la loro propaganda di violenza? Uno scenario questo, che si amplifica,  con il rapimento e l’uccisione di Roberto Peci, (fratello dell’ex Brigatista pentito, Patrizio Peci) avvenuto nell’agosto del 1981. Un caso che testimonia la logica del black-out,  un vero e proprio blackout totale di informazioni sulla vicenda dei sequestri. Difatti prima dell’assassinio di Roberto Peci, sua sorella Ida decide di coinvolgere giornali e televisioni per la salvezza del fratello. Ma  le istituzioni fanno muro, i mass media non pubblicano i comunicati dei
Brigatisti. Ida Peci e la moglie di Roberto, non contente, vanno a Roma e vengono ricevute da Bettino Craxi, chiedendo di incontrare il Presidente del Consiglio Spadolini , ma non vengono ricevuti. Ecco come si mostrano gli anni più bui della Repubblica Italiana, come un muro impenetrabile: perché
all’epoca incontrare le due donne era considerato un cedimento al terrorismo, questa era la logica perversa che dominava ogni tipo di scelta mediatica.

Ora noi ci chiediamo, è cambiato qualcosa in questi anni? Al tal fine, abbiamo voluto analizzare un tema contrapposto al black-out delle informazioni degli anni 80, che potesse farci riflettere sul gioco che si instaura tra media, classe politica e opinione pubblica, e su come l’informazione venga strumentalizzata, spettacolarizzata dal sistema media. Difatti abbiamo scelto di trattare un tema di grande attualità che sta suscitando l’attenzione pubblica, ovvero il caso delle intercettazioni telefoniche. Già nel giugno del 2007, furono pubblicate sul settimanale “L’Espresso”, alcune conversazioni tra il premier
Silvio Berlusconi, allora capo dell’opposizione, e l’ex direttore di Rai Fiction, Agostino Saccà. Il quale è stato accusato di aver cercato di trarre vantaggi personali dall’incarico di direttore, aiutato dal Cavaliere, il quale da parte sua avrebbe chiesto indirettamente appoggio all’amico Agostino per far lavorare
l’attrice Antonella Troise e per “comprare” senatori, al fine di far cadere il governo Prodi. Ora invece, dal settimanale “Panorama” del 1 settembre 2008 sono state pubblicate alcune conversazioni tra l’ex premier Prodi e il suo staff, quando erano a Palazzo Chigi, da cui risulterebbero richieste di raccomandazioni. Il professore infatti, avrebbe chiesto interventi, per aiutare suo nipote Luca, giovane azionista di minoranza di una società, e il suo consuocero, il dottore Fornasari, apprezzato primario dell’istituto ortopedico Rizzoli di Bologna. Da quanto emerge, scatta così il desiderio di una soluzione al caso “Intercettazioni”. È da ormai troppo tempo, difatti,che si adopera questo strumento per un uso criminoso ed abusivo, risultando spesso pericoloso e
preoccupante per le sorti della nostra Libertà e Democrazia. Effettivamente, è proprio preoccupante il fatto di poter essere sempre più spiati ed ascoltati, anche nelle più innocenti comunicazioni quotidiane, amichevoli o di lavoro, col rischio di subire persecuzioni e controlli severi ed infamanti. Il giornalista
Matteo Mion, nel quotidiano Libero, segnala difatti, come vi sia una distorsione assoluta nell’utilizzo dello strumento d’investigazione giudiziaria. Le intercettazioni oggi, non vengono disposte a seguito della notizia criminis, bensì sono le medesime a costituire la notizia criminis. Il contenuto di una telefonata controllata è oramai divenuto elemento costitutivo di un reato, salvo prova contraria. Questo quadro è davvero allarmante, siamo lontani dagli anni di Piombo, in cui il muro dell’informazione era impenetrabile. Anzi, oggi si assiste ad un muro facilmente violabile, un muro manipolato e strumentalizzato dalla classe politica, che si serve delle leggi, al fine di soddisfare i propri tornaconti personali. Di fatti, proprio di tale accusa viene colpevolizzato Berlusconi, il quale secondo il Pd, dietro la volontà di limitare l’abuso delle intercettazioni, si cela  il desiderio  di escludere tutti i reati «sensibili per lui», sottraendo così alla magistratura uno strumento che in molti casi si è dimostrato indispensabile.

Allora noi ci chiediamo: in una Repubblica come la nostra, ha ancora senso parlare di Democrazia? Perché sembra proprio che l’opinione pubblica non sia altro che il riflesso della classe politica dominante…e la paura dell’isolamento – come dichiara la Sociologa Elisabeth Noell-Neumann- e di non esser accettati dalla società, ci induce a salire sul carro dei vincitori.
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E’ stato un elaborato molto impegnativo che mi ha visto protagonista soprattutto nella realizzazione di un sondaggio con campione n°200 individui nel territorio campano. Come allegato metterò il sondaggio; se qualcuno dovesse essere interessato al lavoro, mi mandi pure un’email.

Elaborato sulla comunicazione

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