E’ di sicuro una grande trovata pubblicitaria. Oramai, tutto ciò che è iphone, è un successo. E’ la moda del momento, proprio come è stato in passato Second Life e com’è tutt’ora Facebook. Parlare dell’iphone, fa parlare…e soprattutto, fa leggere…e aggiungo, talvolta fa anche vedere! Allego un video realizzato dalla band “Atomic Tom”, incontrati per caso sul web questa mattina. Trattasi di una performance live registrata su un treno in movimento e realizzata con strumenti decisamente al passo coi tempi: cosa succede, se nel 2010 una band si ritrova senza strumenti (in seguito ad un furto…) e organizza un concertino made with iphone? Basso, piano, chitarra e batteria vengono “app-izzati” (spero di aver coniato un neologismo…) e una mela morsicata diventa sinfonia. Roba da pionieri. Roba da futuristi. O meglio, roba da bell’intuizione…del resto, oggi posso dire: conosco anche io i Tom…i tom…i tom-tom chi? Scusate, l’ho dimenticato…ma ricordo gli iPhone!

NB: Penso di esser affetto dalla sindrome dell’overshadowing…Angelina Jolie insegna (per approfondimenti, leggere quest’articolo Reuters).

NB2: seguiranno approfondimenti sul tema dei brand overshadowed in ambito di comunicazione; nel frattempo godetevi quest’inno al virale.

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In quanto a fantasia da “copia e incolla” in Cina non hanno limiti…e per presentare una App per l’iPhone, hanno ben pensato di realizzare un Keynote con tanto di Steve Jobs…rigorosamente Made in China!

Ringrazio il mio amico Mauro per la simpatica segnalazione (un giorno mi dirai come cavolo becchi ste notizie!)

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Sexy Android

settembre 14th, 2010 | Posted by Gianmarco Esposito in Tecnologia - (0 Comments)

Sexy si, ma non scalda affatto…anzi, fa rabbrividire. La notizia che rimbalza da un blog all’altro riguarda Google Android, popolare Os per smartphones a cura di Google, protagonista di uno “scandalo a luci rosse”. Avverto fin da subito gli amanti del genere: nulla a che vedere con Paris Hilton, qualche cornuto giocatore inglese o le vere-o-presunte accuse verso Assange di Wikileaks. Stavolta si tratta di un vecchio trucchetto, vecchio almeno trent’anni ma rimodulato in una nuova forma. Mettiamo insieme le parole “hotline” e “virus” e il gioco è fatto: niente sifilide, tranquilli, ma una devastante conseguenza sulla propria bolletta telefonica. Google Android è infettato, ed il virus stavolta è di quelli pericolosi. La società Kaspersky Lab ha infatto rilevato un trojan che una volta ambientato nello smart-phone, inizierebbe ad inviare sms a numeri a tariffazione maggiorata, effettuando una vera e propria “transazione latente” di denaro, direttamente dal proprio conto telefonico (abbonamento o ricaricabile, è indifferente…) a quello del furbo piratello. Il trojan che porta il nome di “Trojan-SMS.AndroidOS.FakePlayer.b” assume le sembianze di un finto media-player; talmente finto, che alla sua installazione richiede l’abilitazione all’invio degli sms…e qui, come sempre, gioca la sua parte il “ponte”, vale a dire l’uomo: è lui che manualmente attiva il virus, inconsapevole dei rischi di una simile funziona.

Insomma, che sia in calore oppure no, è pur sempre il “pollo” a far la sua parte.

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La lunga attesa per l’iPhone 4g

settembre 13th, 2010 | Posted by Gianmarco Esposito in iPhone - (0 Comments)

Il titolo parla da sé, anche perché in rete gli interventi simili sono a centinaia. Ordinato il 13 luglio 2010 e arrivato presso il punto vodafone a me più vicino il giorno 3 settembre; un’attesa lunga 52 giorni, con 13 visite al negozio a causa dei continui “Vieni dopodomani, arriva tra tre giorni, etc..”.

Insomma, un’attesa estenuante. E ora, dopo dieci giorni di intenso utilizzo, posso finalmente dire la mia.

L’antenna Gate. Vado dritto al sodo: tanto chiacchierare, per nulla (o quasi). Il dispositivo ha un’ottima ricezione dappertutto (testato con vodafone e wind, in campania). La ricezione cede tacche solo se si impugna il telefono in maniera tale da renderlo inutilizzabile…almeno per chi non ha un polso fratturato, e quindi si trova a proprio agio nell’impugnare l’iphone in una morsa strana. Quindi, a meno che non diventi capitan uncino, dubito che correggerò il tiro su questo aspetto. Ah, permettetemi la provocazione…visto che il problema è presente oramai da diverse generazioni…come mai salta fuori nel momento in cui Google/Android sbarca seriamente nel mondo della telefonia mobile?

Il sistema iOs. Eccezionale. Veloce, intuitivo come nessun altro. Infinite app per qualsiasi cosa: dall’intrattenimento alla produttività, dai momenti di svago a quelli di lavoro…insomma, non solo un telefono ma un vero e proprio “compagno di vita” che ti aiuta e ti supporta in tantissime funzioni.

La batteria: qui è doveroso un bel “Nì”. Non dura poco, ma neanche molto; un uso “da cellullare” con telefonate, sms, posta elettronica e pochissima navigazione, fa vivere il mio iphone quasi due giornate intere. Un uso intenso, con un bel pò di navigazione e l’utilizzo di apps varie (soprattutto i giochi…) lo fa durare appena una giornata…e dico appena, perchè in un paio di casi, a metà giornata, ho dovuto fermare l’utilizzo per non lasciarlo a secco.

Altro? Seguiranno delle recensioni personali su apps di interesse e novità sull’iphone; il discorso “iPhone” lo trovo lungo quanto interessante..aspettatevi quindi delle nuove!

PS: anche io ho subito il ricatto del telefono venduto solo in abbonamento. Mi hanno dato picche ben 11 store tra tim, vodafone e tre, che vendevano il telefono solamente se abbinato ad un’offerta non-ricaricabile (di nuova sottoscrizione, s’intende…). Fortuna che ho un amico che gestisce un centro vodafone e me l’ha venduto senza alcun vincolo (mentre mi è sembrato di intuire, che ahimè con i clienti normali si comporta anche lui da Little Bastard…).

Morale della favola? Appena acquistato, il giorno dopo sono passato a Wind…ah dimenticavo: in abbonamento…

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Un decreto del ministro dei beni culturali impone il cosidetto “equo compenso” su tutti i dispositivi dotati di memoria; questo si traduce in una tassa su tutto ciò di elettronico che abbia memoria: dal decoder, al telefono, dal computer ai palmari e così via. La Siae ha inventato l’ennesimo modo per far soldi e lo fa attraverso una manovra a dir poco scorretta, visto che la motivazione di tale tassa, risiede nel fatto che i dispositivi dotati di memoria possono ospitare prodotti multimediali come musica e film…e quindi, come tali, vanno tassati. Potrei capire (e non tollerare…) l’applicazione di un tassa simile su un dispositivo per la riproduzione di mp3 (ipod, lettori…) ma applicarla ad un intero universo informatico, mi sa di truffa. Altroconsumo parla di “Regalo di Natale in ritardo” dal Governo all Siae; non vedo, come contrastare una simile affermazione. Per ulteriori approfondimenti, consiglio l’articolo di Alessandro Longo su “La Repubblica“.

PS: cara Siae, anche l’uomo ha memoria…e visto che anche dopo aver visto un film al cinema, un qualsiasi essere umano è in grado di “pensarlo e riviverlo” nei propri ricordi, ti suggerisco di applicare una tassa anche sul cervello.

Equo scompenso.

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Chiamatelo Enterprise Resource Planning o semplicemente (e comunemente) ERP. E’ la mia nuova passione; nuovo interesse che riempirà parte del mio tempo libero. “Pianificazione delle risorse d’impresa”: un software o meglio, un sistema informativo che permette la gestione e il monitoraggiodi tutti gli aspetti del business e i suoi cicli, inclusa la pianificazione, la realizzazione del prodotto , le risorse umane, gli eventi, le vendite, gli approvvigionamenti, gli acquisti, la logistica di magazzino e il marketing. Tutto, davvero tutto… in un software. Oggi, ho fatto una piacevole scoperta: quella di OpenErp. Un programma open source sulla scia delle più classiche e affermate piattaforme ERP, che si propone come valida alternativa per la gestione di strategie aziendali attraverso le moderne tecnologie informatiche. Ci darò un’occhiata e vi farò sapere…

Comunque sia, resta una piacevole scoperta

PS: Per gli amanti degli applicativi “open“, vi segnalo un articolo interessante dal blog di Elios; vi parlerà di un sito dove trovare le alternative free ai più comuni e utili software in commercio.

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Kernel/Shopping panic ?

aprile 24th, 2009 | Posted by Gianmarco Esposito in Tecnologia - (1 Comments)

Martedì pomeriggio sono stato ad un noto centro commerciale vicino Caserta per un pò di sano shopping; anche se visto il mal di schiena e i kilometri percorsi, l’aggettivo “sano” poco si addice. Aldilà delle tre camicie e un jeans invidiabili, non poteva mancare il momento informatico nello store di turno: vale a dire quello della Mondadori. Camminavo spensieratamente tra le infinite aree del centro commerciale fino a quando un qualcosa di familiare non mi è balzato alla vista (ehm, meglio dire agli occhi…): un bel panorama composto da MacBooks, iMacs e tutto l’ambaradan Cupertiniano. Quasi come a marcare il territorio, sono entrato dentro per dare un’occhiata (non c’è Apple store sulla mia strada che non abbia visitato…). Entro e mi dirigo nel punto informatico e noto diversi modelli di laptop, netbook e desktop, tutti lucenti e pronti alla prova. Tra qualche mese dovrò partire per Stresa e necessiterò di un portatile; mio padre insiste nel volermi dare il suo MacBook Pro acquistato lo scorso anno, io sono ancora incerto se portarmi lì il mio iMac e affiancargli un bel netbook o optare per il nuovo Macbook (probabile che il tentativo di corruzione di mio padre mi farà cadere prima o poi…). Ho così provato un pò di portatili, iniziando da quelli Apple: li conoscevo a memoria, che dire di innovativo…sono sempre le stesse macchine fenomenali di sempre. Passo poi ai netbooks, ci sono di tutti i prezzi e di tutte le marche: a partire dai 150 euro in su. Rimango stupito. Quasi la metà dei netbooks esposti, aveva problemi: qualcuno lamentava il non riconoscimento delle periferiche, qualcuno faceva un casino bestiale e un paio di modelli presentavano addirittura un bel Kernel Panic.

La Microsoft sostiene che i Mac sono solo estetica, come una bella bionda senza cervello. Io sostengo che Microsoft sia il nome di una brutta malattia, un virus senza rimedio. E io, sinceramente e detto tra noi, tra una bella ragazza e una brutta lebbrosa, preferisco la prima…e magari ho pure culo e si rivela intelligente…

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Rileggendo l’ultimo acidissimo intervento dedicato a Facebook e la sua visione di privacy, oggi è tempo di riflessioni e di contraddizioni. Parlo di Twitter e lo faccio con poche parole.

Twitter è una rete e un servizio di microblogging che permette agli utenti di mandare aggiornamenti aul proprio status con messaggi di testo, lunghi non più di 140 caratteri, tramite il sito stesso, via SMS, messaggeria istantanea, e-mail, oppure tramite varie applicazioni basate sulle API di Twitter. Gli aggiornamenti sono mostrati nella pagina di profilo dell’utente e sono anche mandati istantaneamente agli altri utenti che si sono registrati per riceverli. Chi li manda può scegliere se inviarli solamente ad una ristretta cerchia di amici, oppure visibili a chiunque. (da Wikipedia).

Praticamente, persone di tutto il mondo scrivono “cosa” stanno facendo e lo fanno in maniera costante per tutta la giornata. Provo a farlo anche io:

Modalità Twitter ON

-Sta scrivendo questa frase! Qualche suggerimento?

-Si è preso una leggera pausa dal suo blog, si gusta un pocket coffee.

-Dopo la dipendenza da cioccolattini, avverte quella di blogging; capisce che non può smettere e si rituffa in una sana bloggata…

Modalità Twitter OFF

Ora sapete in cosa consiste Twitter. Da notare la “figata” dello scrivere in terza persona di se stessi, must fondamentale del twittatore (sembra una brutta parola, permettetemi il neologismo). Dai punti di vista antropologico, psicologico e sociologico, quello di twitter è un caso davvero interessante: ci si racconta, lo si fa in maniera costante, diretta e quasi 24h al giorno. Si può sapere come Mario scandisce il suo tempo, che sport pratica nel tempo libero, cosa studia, quando fa i lavoretti in nero, quando è a casa o in viaggio. E Mario (per chi non l’avesse capito è un nome di fantasia…) parla di sé con entusiasmo ed egocentrismo. Mario gode quando più persone possibili sono suoi followers, vale a dire che sono interessati alla sua vita. I followers lo “seguono” incessantemente e sono appassionati alla sua vita, la commentano e lo invitano a condividere il proprio vissuto. E’ un voyeurismo sfrenato, una caduta della privacy consenziente, una comunità di specchietti. Eppure piace; vista la premessa sulla privacy (che non è violata…) è un fenomeno interessante.

Ma mi sorge un dubbio di natura sociologica, una sorta di difetto accademico. Cos’è, oggi, la privacy?

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Facebook è oramai una di quelle cose che nel bene o nel male, fanno stampa. Proprio come lo era Second Life un paio di anni fa: giornali, blogs, media e chi più ne ha più ne metta, se non trattano Facebook non sono “al passo coi tempi”. E allora eccomi qui a rincarare la mia acidissima dose contro il socio-cazzeggial network più famoso della rete. Qualche decina di interventi fa avevo accennato qualcosina circa le politiche “poco trasparenti” (eufemismo, ndr.) di faccialibro in materia di privacy e del trattamento dei dati; cosa fastidiosa quanto bizzarra. E ora ecco la goccia che fa traboccare il vaso, abboccare i media e sboccare gli utenti: il sondaggione.

Ripetiamo un pò di storia. Fare sondaggi è un vizio nato ed esploso in America soprattutto grazie a quel cervello a otto-core di Gallup (mi riferisco a George Gallup, il famoso statistico statunitense e non a Simon Gallup, bassista dei The cure…); parlo di quasi un secolo fa, intendiamoci. In Italia, come di solito accade, le mode Americane arrivano con un pò di ritardo…ma alla fine, arrivano eccome. Al giorno d’oggi l’Italia fa un (ab)uso costante dei sondaggi, riproponendoli dappertutto: politica, tv, media, a lavoro, a scuola e perfino a casa (chi non riceve costantemente telefonate in stile “chi vuol essere milionario?“). D’altronde la mania del “sondare” è forte: la statistica è roba potente…e lo dico da laureato in ricerca sociale con tesi in statistica. Ma dov’è l’inghippo?

Il metodo. Date un’occhiata ai giornali o a qualche programma televisivo che propone sondaggi e leggerete frasi del tipo “il 70% degli Italiani afferma che…“. Tutto normale. Diventa a-normale quando questo campione è poco rappresentativo o non ampio abbastanza per essere la base di una conclusione tale da rappresentar qualcuno. Per dirla in parole povere, noto come spesso si generalizzi un fenomeno basandosi sull’intervista di poche centinaia o migliaia di persone. E quelle persone? Chi erano realmente? Posso dire che il 70% degli Italiani sono vegetariani…magari, prendo come campione le persone che fanno una spesa maggiore di 15 euro al giorno dal fruttivendolo; oppure che il 90% degli Italiani ha un pc, intervistando persone che escono da negozi di informatica. Potete quindi immaginare come uno strumento simile sia sensibilissimo e quanto abbia bisogno di metodo, attenzione e serietà nella sua implementazione. Figuriamoci poi quando si vuole sollecitare (o solleticare?) “il senso di cittadinanza” attraverso uno strumento simile intervistando, magari, il “popolo della rete”…signori e signore, siamo davanti ad un atto di democrazia elettronica pura…e a metterla in pratica, oggi, è proprio lui: Facebook.

E-Democracy Feat. Cittadinanza, parole con un significato complesso e lontane da un fenomeno come quello di Facebook; qualcuno potrebbe darmi del pazzo (o dell’ignorante) nell’usarle accanto ad un social network simile. E se lo faccio, è perchè leggo sulla stampa di tutto il mondo, che Facebook è attualmente una comunità di oltre 200 milioni di persone, praticamente il 5° paese al mondo per popolazione…assurdo. Per non parlare di una “natalità” di 500.000 persone al giorno! (iscritti, ndr.) Quindi, se di “paese” parliamo, è giusto farlo con i termini più adatti possibili.

Ritorniamo al topic, in maniera diretta e semplice.

Facebook fa il furbo con la privacy degli utenti: rende difficile la rimozione dei profili e dei propri dati, figuriamoci poi con il materiale che uplodiamo (come ad esempio le fotografie). Un maggior numero di persone stanno accorgendosi di questa cosa, il web ne dibatte sempre di più, il web inizia a criticare facebook (paradossalmente, lo fa su Facebook stesso, grazie a gruppi di discussione). Lo staff di Mark Zuckerberg avverte il cattivo sentore e pensa allora di “sfidare” la propria utenza; riassumo la sintesi strategica di Facebook con questo discorsetto:

“Cari utenti, affido a voi la decisione sulla privacy. Decidete voi se modificare o meno l’attuale politica sulla riservatezza dei vostri dati e fatelo attraverso un sondaggio. Due condizioni: avete poco tempo per rispondere e dovete farlo in pochi, appena il 30% di voi tutti. Solo così la vostra decisione potrà essere validata e presa seriamente in esame”.

Che pasticcio….tra me e me, rifletto:

  1. -Un quorum al 30% non rappresenta neanche la metà degli utenti. Non si parla di maggioranza. Non si fa attenzione all’opinione generale. E se l’altro 70% ha un’opinione contraria al 30% decisionale?
  2. -Un quorum fissato al 30% di 200 milioni di utenti significa 60 milioni di persone.
  3. -Far votare 60 milioni di persone in una settimana è roba da guinness.
  4. -Cos’è sta roba?

Tralasciando il discorso provocatorio sulla democrazia, ne faccio uno più adeguato sulla partecipazione e trasparenza; paroloni tanto antipatici anche alla politica italiana (date un’occhiata ai decreti 142/90, 241/90, 150/2000 e alla contorta storia della comunicazione istituzionale in Italia…). Dove vuole realmente arrivare Facebook? Dietro questo social network da brivido, c’è una realtà amministrativa forte o traballante? Che senso ha lasciare la voce ai propri utenti e farlo in maniera tale da rendere sterile ogni forma di partecipazione “politica”? (perchè questa decisione ha un vero e proprio peso politico…).

Pensavo che gli Americani su certi aspetti fossero più seri degli Italiani. Soprattutto quando si parla di statistica e sondaggi. L’eredità di Gallup c’è, non bisogna negarlo. Ma attualmente vive in qualche realtà lontana dalla California. E lo stesso George Gallup sta ora rivoltandosi nella tomba, urlando e sbattendo i pugni contro la bara per poter uscire e darle di santa ragione a Zuckerberg.

Vi prego, fatelo uscire.

PS: Ve lo chiede il 100% degli autori di questo blog.

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E’ economico, è rapido, dinamico, flessibile ed interattivo. E’ il nuovo modo di fare formazione; nuovo per modo di dire. Ma cos’è realmente l’e-learing?

Wikipedia, lo descrive così:

Per e-learning si intende la possibilità di imparare sfruttando la rete internet e la diffusione di informazioni a distanza.

Praticamente, l’e-learing riassume tutte le potenzialità “tecniche” della rete in una sintesi dedicata all’istruzione, realizzando una macchina perfetta per la pianificazione e attuazione di strategie formative ad hoc. Realizzare corsi, somministrare prove, valutare i candidati, guidarli passo passo con processi d’interazione immediati e dinamici e tant’altro; non importa il campo d’applicazione: uno strumento simile si dimostra talmente duttile da poter essere adattato a qualsiasi ambito possile. Ho notato che ultimamente, diverse università italiane stanno pian piano dotandosi di piattaforme web-based per la fruizione di contenuti accademici; è il caso di università come quella di Bergamo, la Sapienza di Roma, l’università di Genova, e l’università di Napoli Federico II (caso del tutto particolare per il suo essere “open-access” e per le caratteristiche tecniche davvero invidiabili). Ma nell’impresa privata? Spero che le potenzialità di questo mezzo, soprattutto nell’ambito delle risorse umane, non vengano ignorate ma anzi, siano alla base di una strategia di formazione e di aggiornamento del personale che sia espressione delle più moderne linee guida delle ICT. Per curiosità ho testato le ultime versioni di noti LMS (Learning Management Systems)  come Claroline, Moodle e Olat, notando formidabili progressi in termini di stabilità, accessibilità e usabilità. L’e-learning è oramai una certezza: in tanti contesti organizzativi è un must…ma in Italia, ahimè, è ancora una sorta di mini-tabù che (fortunatamente) va pian piano sfatandosi.

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