E’ assurdo. Semplicemente assurdo. L’Italia è stata per un’intera estate nell’occhio del ciclone per il jackpot multimilionario del superenalotto. Tedeschi, francesi, turisti e ovviamente italiani, hanno tentato la fortuna a botta di numeri e schedine, invocando ispirazione da santini, defunti, sogni e così via. Alla fine, il fortunato è arrivato: e in pieno stile “assopigliatutto” si è portato a casa quasi 148 milioni di euro. Si dice che sia un uomo single, operaio, sulla quarantina…ma non basta. I media hanno iniziato la loro personalissima sfida per far uscire allo scoperto il vincitore: addirittura, mediaset, ha portato in tv il primo vincitore del superenalotto ( 6 milioni di euro circa ) facendo rispondere alla più ovvia delle domande, ovvero “come cambia la vita quando ci si ritrova milionari da un giorno all’altro?”. Tanti comfort, tanti lussi e una pensione anticipata. Ma non solo. Tante minacce, tentativi di estorsione, una fuga dalla propria città per evitare molestie, rapine, attentati alla propria vita. E i media? Continuano. Ogni giorno, ascolto di possibili aggiornamenti, collegamenti dalla città, inquadramenti di volti sospettati e interviste del tipo “sei tu o non sei tu?”. L’Italia sta passando un brutto periodo: c’è crisi…e non solo  quella finanziaria. Non dimentichiamoci le numerose rapine finite male (anzi malissimo…) dove spesso, troppo spesso ci perde la vita qualcuno (e sfortunatamente, sempre i malcapitati…). Il superenalotto si è dimostrato un nuovo “Grande Fratello”, un dito puntato contro, un colpo di sfiga; una caccia all’uomo all’insegna dello share: chissenefrega se così facendo, il vincitore sarà costretto ad alienarsi completamente. Il jackpot ti obbliga a scappare e a non fare una vita “normale”: perchè l’Italia non lo è (un paese “normale”, dove la sicurezza della propria vita è garantita in ogni come e in ogni dove…)  e i media stanno oltrepassando, o meglio,stanno doppiando, il limite. E quindi? Come comportarsi? Non ci tocca che giocare la schedina nel paese a noi più vicino, così da depistare questi media e la loro insistente quanto violenta violazione di privacy…sempre che il tabaccaio gossipparo di turno, non metta i video della giocata su youtube…

…poco ci manca.

Share

Non mi sarei mai immaginato “Michael Jackson” versione settantenne, con tanto di pensione e dolori alle ginocchia. E’ successo quello che già ad altri è accaduto: la morte “giovane”. Quella che ti rende immortale, che rende il silenzio una difficile assenza da sopportare. Citandone pochi, mi riferisco a Luigi Tenco, Jim Morrison, Massimo Troisi, Jimi handrix, Freddie Mercury, John Kennedy; sono solamente pochi dei nomi di personaggi che hanno portato qualcosa con sé e lasciato tanto su questo pianeta. Jackson verrà ricordato per sempre per il suo essere “Re del Pop”: un’infinità di album venduti e un nome conosciuto in ogni angolo di questo pianeta. Il resto, sono solo chiacchiere: da oggi, Michael è immortale.

Share

Dopo un mese di silenzio, rieccomi a scrivere con regolarità sul forum. Sono successe tante cose che mi hanno portato via tempo, molto tempo. Ultimo mese di corsi universitari, esami sostenuti e da sostenere, la tesi da scrivere e tant’altro. Ripenso all’effetto farfalla, intervento scritto lo scorso 22 luglio 2009; sono tante le cose che mi ricollegano a quei pensiesi, ultimamente. E’ stato un momento di riflessione, di pausa, di silenzio; e ora, si ritorna. Leggo di “Jobs” e del suo ritorno a breve: finalmente sono stati svelati i retroscena della sua assenza. Un trapianto di fegato: altro che squilibrio ormonale, il tipo stava messo davvero male. Tutto punta al suo passato e a quel cancro al pancreas che aveva curato appena pochi anni fa…che dire, in bocca al lupo Steve! Per me fortunatamente, una pausa “spirituale”…sentita la mancanza? ;)

Share

Da un pò di tempo ho notato su diversi forum, discussioni simili che riguardano gli annunci di lavoro. Si, proprio quelli presenti sui siti specializzati, sulle riviste, quotidiani e così via. “Cercasi laureato/a in materie umanistiche, cercasi gestore delle risorse umane, cercasi ingegnere gestionale, etc“. Nulla di strano. Ma in molti – riportando le proprie esperienze personali- si chiedono come mai spesso accade di non aver risposta a questi annunci. Il web, si indaga: quanto le aziende fanno uso di annunci “civetta”? Perchè dovrebbero farlo?

La prima domanda non ha risposta. La seconda, trova possibili soluzioni in qualche ipotesi: sondare il mercato, costruire una banca dati e perchè no, trovare il miglior profilo a low cost.

Una cosa è certa: quando si invia il proprio CV, meglio farlo senza siti che fanno da tramite. Oppure, consiglio decisamente più attento, controllare da più fonti la validità dell’annuncio: azienda, date, tutto. Spesso può capitare che gli annunci immessi su siti, siano vecchi e non aggiornati…e li, scatta il “fraintendimento”.

…tenuto conto di queste avvertenze, non ci resta che sperare nella buona fede altrui e augurarci un bel “in bocca al lupo!”.

Share

Il marketing mi ha sempre affascinato, non a caso in passato avevo intenzione di specializzarmi nella ricerca di mercato e nella comunicazione pubblicitaria. Tutto merito della ricerca sociale, che attraverso le sue metodologie di ricerca qualitative e quantitative, mi fece appassionare a quest’ambito. Oggi però è accaduta una cosa particolare. Una mia collega mi ha parlato della sua idea di tesi in Buzz Marketing. Sono sincero, fino ad ora non avevo mai sentito parlare di questa strana parola e la cosa ancor più strana, è che il termine “buzz” davvero non mi suggeriva niente…e allora ho googleggiato un pò.

Nell’ambito del marketing il passaparola (indicato con l’espressione word of mouth) indica il diffondersi, attraverso una rete sociale, di informazioni e/o consigli tra consumatori.

Da sempre il passaparola definisce una comunicazione parlata face-to-face, ma, con l’evoluzione dei mass media, vengono prese in considerazione in questo ambito anche le conversazioni telefoniche, i messaggi di testi inviati tramite SMS o il web, i post dei blog, nelle community, i messaggi istantanei ed e-mail e comunque qualsiasi messaggio che permetta una interazione tra persone. Alle volte il significato di passaparola è utilizzato anche per indicare dei rumors, dei gossip, il “sentito dire” e le allusioni.

In genere il metodo del passaparola è più comunemente utilizzato per indicare la trasmissione di un’informazione positiva piuttosto che negativa, anche se questo non è una regola assoluta.

Il buzz marketing è quell’insieme di operazioni di marketing non convenzionale volte ad aumentare il numero e il volume delle conversazioni riguardanti un prodotto o un servizio e, conseguentemente, ad accrescere la notorietà e la buona reputazione di una marca. Consiste cioè nel dare alle persone motivo di parlare circa un prodotto o servizio e nel facilitare quelle conversazioni.

La parola buzz è infatti onomatopeica e richiama il ronzio delle api: in estrema sintesi il buzz marketing rappresenta quindi la possibilità di raggiungere nel minor tempo possibile quello che viene definito “sciame”, cioè un gruppo di utenti omogeneo per interessi rispetto a un tema o a una categoria di prodotti/servizi. Buzz marketing è dunque la strategia di coloro che, consapevolmente o inconsapevolmente, gratis o a pagamento, utilizzano il web (tramite, ad esempio, blog, forum e social network) per parlare e far parlare (o cercare di far parlare) di beni, aziende o marche. (Wikipedia)

Praticamente, il Buzz Marketing è una sorta di antenato del più celebre Viral Marketing, ovvero quel tipo di marketing non convenzionale che sfrutta la capacità comunicativa di pochi soggetti interessati per trasmettere il messaggio ad un numero esponenziale di utenti finali. In Italia esiste anche una community di Buzz Marketing, parlo di zzub.it: un luogo dove si possono provare “in anteprima” servizi e prodotti, così da condividere le informazioni ricevute e attivarle di persona nel proprio network attraverso il semplice passaparola.

A volte penso che i grandi innovatori della rete siano tutti sociologi. In questo caso, sono ad esempio specializzati in analisi delle reti sociali (SNA, Social Network Analysis) e del capitale sociale. Questa è roba che esisteva un secolo fa e passa, senza esser presente la rete intesa come “internet”. Mi riferisco ai lavori di Mark Granovetter, Jeremy Boisseivain, Bruce Kapferer, Max Gluckman e tanti altri. E’ fenomenale come la sociologia sappia spiegare attraverso le teorie dei suoi più grandi autori, passato, presente e futuro della nostra società…e quindi, vista la mia laurea in ricerca sociale, non mi resta che acquistare una bella palla di vetro e iniziare un serio lavoro come veggente…

PS: Per quanto concerne le comunità dedicate al buzz marketing…che dire, bel modo per far girare la pubblicità a costo zero e in profondità…

Share

Rileggendo l’ultimo acidissimo intervento dedicato a Facebook e la sua visione di privacy, oggi è tempo di riflessioni e di contraddizioni. Parlo di Twitter e lo faccio con poche parole.

Twitter è una rete e un servizio di microblogging che permette agli utenti di mandare aggiornamenti aul proprio status con messaggi di testo, lunghi non più di 140 caratteri, tramite il sito stesso, via SMS, messaggeria istantanea, e-mail, oppure tramite varie applicazioni basate sulle API di Twitter. Gli aggiornamenti sono mostrati nella pagina di profilo dell’utente e sono anche mandati istantaneamente agli altri utenti che si sono registrati per riceverli. Chi li manda può scegliere se inviarli solamente ad una ristretta cerchia di amici, oppure visibili a chiunque. (da Wikipedia).

Praticamente, persone di tutto il mondo scrivono “cosa” stanno facendo e lo fanno in maniera costante per tutta la giornata. Provo a farlo anche io:

Modalità Twitter ON

-Sta scrivendo questa frase! Qualche suggerimento?

-Si è preso una leggera pausa dal suo blog, si gusta un pocket coffee.

-Dopo la dipendenza da cioccolattini, avverte quella di blogging; capisce che non può smettere e si rituffa in una sana bloggata…

Modalità Twitter OFF

Ora sapete in cosa consiste Twitter. Da notare la “figata” dello scrivere in terza persona di se stessi, must fondamentale del twittatore (sembra una brutta parola, permettetemi il neologismo). Dai punti di vista antropologico, psicologico e sociologico, quello di twitter è un caso davvero interessante: ci si racconta, lo si fa in maniera costante, diretta e quasi 24h al giorno. Si può sapere come Mario scandisce il suo tempo, che sport pratica nel tempo libero, cosa studia, quando fa i lavoretti in nero, quando è a casa o in viaggio. E Mario (per chi non l’avesse capito è un nome di fantasia…) parla di sé con entusiasmo ed egocentrismo. Mario gode quando più persone possibili sono suoi followers, vale a dire che sono interessati alla sua vita. I followers lo “seguono” incessantemente e sono appassionati alla sua vita, la commentano e lo invitano a condividere il proprio vissuto. E’ un voyeurismo sfrenato, una caduta della privacy consenziente, una comunità di specchietti. Eppure piace; vista la premessa sulla privacy (che non è violata…) è un fenomeno interessante.

Ma mi sorge un dubbio di natura sociologica, una sorta di difetto accademico. Cos’è, oggi, la privacy?

Share

Facebook è oramai una di quelle cose che nel bene o nel male, fanno stampa. Proprio come lo era Second Life un paio di anni fa: giornali, blogs, media e chi più ne ha più ne metta, se non trattano Facebook non sono “al passo coi tempi”. E allora eccomi qui a rincarare la mia acidissima dose contro il socio-cazzeggial network più famoso della rete. Qualche decina di interventi fa avevo accennato qualcosina circa le politiche “poco trasparenti” (eufemismo, ndr.) di faccialibro in materia di privacy e del trattamento dei dati; cosa fastidiosa quanto bizzarra. E ora ecco la goccia che fa traboccare il vaso, abboccare i media e sboccare gli utenti: il sondaggione.

Ripetiamo un pò di storia. Fare sondaggi è un vizio nato ed esploso in America soprattutto grazie a quel cervello a otto-core di Gallup (mi riferisco a George Gallup, il famoso statistico statunitense e non a Simon Gallup, bassista dei The cure…); parlo di quasi un secolo fa, intendiamoci. In Italia, come di solito accade, le mode Americane arrivano con un pò di ritardo…ma alla fine, arrivano eccome. Al giorno d’oggi l’Italia fa un (ab)uso costante dei sondaggi, riproponendoli dappertutto: politica, tv, media, a lavoro, a scuola e perfino a casa (chi non riceve costantemente telefonate in stile “chi vuol essere milionario?“). D’altronde la mania del “sondare” è forte: la statistica è roba potente…e lo dico da laureato in ricerca sociale con tesi in statistica. Ma dov’è l’inghippo?

Il metodo. Date un’occhiata ai giornali o a qualche programma televisivo che propone sondaggi e leggerete frasi del tipo “il 70% degli Italiani afferma che…“. Tutto normale. Diventa a-normale quando questo campione è poco rappresentativo o non ampio abbastanza per essere la base di una conclusione tale da rappresentar qualcuno. Per dirla in parole povere, noto come spesso si generalizzi un fenomeno basandosi sull’intervista di poche centinaia o migliaia di persone. E quelle persone? Chi erano realmente? Posso dire che il 70% degli Italiani sono vegetariani…magari, prendo come campione le persone che fanno una spesa maggiore di 15 euro al giorno dal fruttivendolo; oppure che il 90% degli Italiani ha un pc, intervistando persone che escono da negozi di informatica. Potete quindi immaginare come uno strumento simile sia sensibilissimo e quanto abbia bisogno di metodo, attenzione e serietà nella sua implementazione. Figuriamoci poi quando si vuole sollecitare (o solleticare?) “il senso di cittadinanza” attraverso uno strumento simile intervistando, magari, il “popolo della rete”…signori e signore, siamo davanti ad un atto di democrazia elettronica pura…e a metterla in pratica, oggi, è proprio lui: Facebook.

E-Democracy Feat. Cittadinanza, parole con un significato complesso e lontane da un fenomeno come quello di Facebook; qualcuno potrebbe darmi del pazzo (o dell’ignorante) nell’usarle accanto ad un social network simile. E se lo faccio, è perchè leggo sulla stampa di tutto il mondo, che Facebook è attualmente una comunità di oltre 200 milioni di persone, praticamente il 5° paese al mondo per popolazione…assurdo. Per non parlare di una “natalità” di 500.000 persone al giorno! (iscritti, ndr.) Quindi, se di “paese” parliamo, è giusto farlo con i termini più adatti possibili.

Ritorniamo al topic, in maniera diretta e semplice.

Facebook fa il furbo con la privacy degli utenti: rende difficile la rimozione dei profili e dei propri dati, figuriamoci poi con il materiale che uplodiamo (come ad esempio le fotografie). Un maggior numero di persone stanno accorgendosi di questa cosa, il web ne dibatte sempre di più, il web inizia a criticare facebook (paradossalmente, lo fa su Facebook stesso, grazie a gruppi di discussione). Lo staff di Mark Zuckerberg avverte il cattivo sentore e pensa allora di “sfidare” la propria utenza; riassumo la sintesi strategica di Facebook con questo discorsetto:

“Cari utenti, affido a voi la decisione sulla privacy. Decidete voi se modificare o meno l’attuale politica sulla riservatezza dei vostri dati e fatelo attraverso un sondaggio. Due condizioni: avete poco tempo per rispondere e dovete farlo in pochi, appena il 30% di voi tutti. Solo così la vostra decisione potrà essere validata e presa seriamente in esame”.

Che pasticcio….tra me e me, rifletto:

  1. -Un quorum al 30% non rappresenta neanche la metà degli utenti. Non si parla di maggioranza. Non si fa attenzione all’opinione generale. E se l’altro 70% ha un’opinione contraria al 30% decisionale?
  2. -Un quorum fissato al 30% di 200 milioni di utenti significa 60 milioni di persone.
  3. -Far votare 60 milioni di persone in una settimana è roba da guinness.
  4. -Cos’è sta roba?

Tralasciando il discorso provocatorio sulla democrazia, ne faccio uno più adeguato sulla partecipazione e trasparenza; paroloni tanto antipatici anche alla politica italiana (date un’occhiata ai decreti 142/90, 241/90, 150/2000 e alla contorta storia della comunicazione istituzionale in Italia…). Dove vuole realmente arrivare Facebook? Dietro questo social network da brivido, c’è una realtà amministrativa forte o traballante? Che senso ha lasciare la voce ai propri utenti e farlo in maniera tale da rendere sterile ogni forma di partecipazione “politica”? (perchè questa decisione ha un vero e proprio peso politico…).

Pensavo che gli Americani su certi aspetti fossero più seri degli Italiani. Soprattutto quando si parla di statistica e sondaggi. L’eredità di Gallup c’è, non bisogna negarlo. Ma attualmente vive in qualche realtà lontana dalla California. E lo stesso George Gallup sta ora rivoltandosi nella tomba, urlando e sbattendo i pugni contro la bara per poter uscire e darle di santa ragione a Zuckerberg.

Vi prego, fatelo uscire.

PS: Ve lo chiede il 100% degli autori di questo blog.

Share

Did you know?

aprile 9th, 2009 | Posted by Gianmarco Esposito in Notizie dal Mondo - (0 Comments)

Un video che fa riflettere, tanto. L’ho pescato per caso sul blog di un docente della mia facoltà. I temi? Il progresso dell’informazione e della tecnologia…e non solo. C’è poco da spiegare…e tanto da riflettere.

Share

E’ una tragedia. Non ci sono parole ma solo tante, davvero tante lacrime.

Share

Apprendo dal Times questa curiosa notizia:

Tony Blair is making between £500,000 and £1m a month from public speaking engagements, matching the earning power of President Bill Clinton.

Sources close to Blair, who left Downing Street last June, say he is delivering up to five speeches a month, with a typical fee of between £100,000 and £200,000.

Blair, who is also working unpaid as a Middle East peace envoy, is to embark on his most lucrative speaking tour in January, when he is likely to make as much as £500,000 in America and Canada for three speeches in four days.

On January 14 he will address 5,000 people at the Gibson Amphitheatre, a rock music venue in Universal City, near Los Angeles, for the American Jewish University. The most expensive ticket, at $2,500 (£1,200), includes the chance to join the former prime minister and other speakers at a cocktail reception and dinner, and to have a picture taken with him.

Tickets are being sold for up to $1,000 to hear him speak the next day at the Californian millionaires’ resort of Indian Wells. Tim Parrott, executive director of the Desert Town Hall lecture series, said Blair currently had greater pulling power than Clinton, who earned £15m for speeches in the four years after he left the White House.

“There is great interest in how he managed to get along so well with two presidents, one liberal, one conservative,” Parrott said. “His Middle East peace role will ensure he remains in demand for years to come.”

On January 17 Blair will address 2,000 people at the Westin Harbour Castle, overlooking Lake Ontario, in Toronto. The event is sponsored by TD Bank Financial Group.

One sponsor said: “Blair has been at the centre of the world’s most important geopolitical events for 10 years. People here want to know what he has to say about his role as a Middle East peace envoy.”

Last month it was reported that Blair received up to £240,000 for one 20-minute speech in China. Cherie Blair typically charges about £15,000 a speech.

If he manages to maintain his high profile, the Blairs should easily be able to service and pay off the mortgages of almost £4m on their properties in Connaught Square, in London, Bristol and Sedgefield, Co Durham.

Praticamente, il pensionato Tony Blair, ogni tanto va a fare qualche chiacchierata pubblica. E guadagna…eccome, se guadagna. Una stima di 7300 euro al minuto: altro che Cristiano Ronaldo. Com’è bello andare in pensione giovani e con un bel curriculum…

Share