E’ di poche ore l’annuncio di una tragica notizia: uno studente Finlandese è entrato armato nella sua scuola e ha esploso colpi a casaccio, uccidendo nove coetanei. Un gesto apparentemente senza motivazioni, se si ignorano quelle “ideologiche” richiamate dallo stesso ragazzo su internet.

“La vita è dolore e il prossimo a morire sei proprio tu”; queste sono le parole esclamate in un video presente su youtube, video che immortala il ragazzo mentre si allenava con la sua calibro 22 ed un bersaglio.

Aldilà del tragico gesto, resta da chiedersi come mai certe situazioni accadano così frequentemente in Finlandia, uno dei paesi più avanzati dal punto di vista del Welfare e senza alcun precedente sociale di matrice terroristica…

Resta senz’altro un dato importante, La Finlandia, secondo un rapporto Small Arms Survey del 2007, è il terzo Paese al mondo per numero di possessori di armi da fuoco pro-capite. Nel paese nordico c’è una rapporto di 56 armi ogni 100 persone, un dato che piazza la Finlandia alle spalle di Usa e Yemen ma davanti a Svizzera, Iraq e Serbia.

E la rete? perchè ignorarla?

La Finlandia è uno dei paesi più avanzati per quanto riguarda internet e l’ambito tecnologico. Non è un caso se molti degli hackers più ricercati al mondo, sono proprio di origine Scandinava. Ancora una volta, si presenta “rivendicazione” virtuale: il pubblicare ex-ante o ex-post le proprie assurde gesta così da poterle manifestare all’intero mondo in pochi clic. Un’ipotesi terrificante che affonda le proprie radici in una malsana voglia di far conoscere il proprio Ego più nascosto, un atto di egocentrismo puro che innesca una violenza talmente brutale da far venire i brividi.

E allora vien da chiedersi: cos’è che non va in questo paese? Si tratta di un “eccesso di accessi” (alla rete…) o perchè no, siamo davanti anche ad una parallela assenza di socialità pura, quella fatta di carne ed ossa, di piazze reali, di comunicazione reale e non virtuale?

Resta il fatto che 20 ragazzi sono morti in appena 10 mesi, per la più esplicita dimostrazione di banalità del male; proprio quella che Hannah Arendt usò per descrivere le atrocità compiute da Adolf Eichmann durante il regime nazista. Non si è di fronte ad un indole maligna ben radicata nell’anima, quanto piuttosto ad una completa inconsapevolezza del significato delle proprie azioni. Un meccanismo che accentua la relazione fra la facoltà di pensare, la capacità di distinguere tra giusto e sbagliato, la facoltà di giudizio, e le loro implicazioni morali. Ciò che la Arendt scorgeva in Eichmann non era stupidità ma qualcosa di completamente negativo definibile come l’assoluta incapacità di pensare.

Siamo di fronte a qualcosa di simile, come la variante stagionale di un noto (purtroppo) virus…e bisognerebbe darsi una mossa, affinchè cose del genere, non accadano mai più.

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