Ieri ho dato finalmente l’esame di Scienza dell’opinione pubblica, tenuto dal prof. Francesco Amoretti. Abbiamo consegnato (io, Marianna di Sarno e Letizia Donnarumma) e commentato un elaborato dal titolo “Un muro impenetrabile (ad hoc) dell’informazione; uno studio dei media, dell’informazione pubblicata e del rapporto che hanno con l’opinione pubblica, richiamando elementi interpretativi come ad esempio quello dell’accessibilità, della creazione dell’emergenza e della strumentalizzazione da parte dello stato e dei poteri che affluiscono in esso. Un lavoro molto interessante che sottolineato differenze e analogie di due casi storici, il “Caso Peci” e degli anni di piombo e i moderni casi delle “Intercettazioni telefoniche”.

Ecco un assaggio del nostro lavoro…
2.6 Il muro dell’informazione è davvero impenetrabile?
Questo è uno dei quesiti che ci siamo posti, confrontando parallelamente due periodi storici. Abbiamo analizzato gli anni ’70, i famosi anni di Piombo,  caratterizzati da uno clima violento, dove  parole come  lotta”, “eversione”, “terrorismo” erano  il cibo preferito delle Brigate Rosse, organizzazione di estrema sinistra, che eseguivano azioni illegali , eseguite con specifici obiettivi e scopi, al fine di intimorire il mondo giornalistico e di accrescere l’effetto
risonanza di cui il terrorismo aveva bisogno. Difatti come conferma Alberto Franceschini, uno dei protagonisti della lotta armata, intervistato da Sergio Zavoli nel 1989, nell’ambito dell’inchiesta giornalistica, i mass media erano uno dei grandi punti di riferimento, in quanto dovevano trasmettere informazioni, anche se informazioni comunque manipolate da altri poteri. Ed era proprio una certa predisposizione alla remissività, come osserva il sociologo Ferrarotti, un’incapacità palese di approfondire l’analisi dei fenomeni eversivi, i più grossi peccati di cui si è resa colpevole la categoria giornalistica italiana, per anni incapace di  fornire all’opinione pubblica validi strumenti di comprensione del
fenomeno, ma solo sensazionalismo, allarmismo e giudizi morali. Ed è il caso di Aldo Moro, uno dei modelli esemplari, dove non vi era nessun tentativo organico e documentato capace di offrire ai lettori un ritratto veritiero e non fantastico dell’universo terroristico e degli ambienti che ad esso fanno riferimento. Gli interrogativi e dilemmi difatti, in quegli anni erano molti: Pubblicare o autocensurarsi? Come informare senza fare cassa di risonanza del terrorismo? Trattare o non trattare con i brigatisti? Favorire il loro gioco, ed acuire la loro propaganda di violenza? Uno scenario questo, che si amplifica,  con il rapimento e l’uccisione di Roberto Peci, (fratello dell’ex Brigatista pentito, Patrizio Peci) avvenuto nell’agosto del 1981. Un caso che testimonia la logica del black-out,  un vero e proprio blackout totale di informazioni sulla vicenda dei sequestri. Difatti prima dell’assassinio di Roberto Peci, sua sorella Ida decide di coinvolgere giornali e televisioni per la salvezza del fratello. Ma  le istituzioni fanno muro, i mass media non pubblicano i comunicati dei
Brigatisti. Ida Peci e la moglie di Roberto, non contente, vanno a Roma e vengono ricevute da Bettino Craxi, chiedendo di incontrare il Presidente del Consiglio Spadolini , ma non vengono ricevuti. Ecco come si mostrano gli anni più bui della Repubblica Italiana, come un muro impenetrabile: perché
all’epoca incontrare le due donne era considerato un cedimento al terrorismo, questa era la logica perversa che dominava ogni tipo di scelta mediatica.

Ora noi ci chiediamo, è cambiato qualcosa in questi anni? Al tal fine, abbiamo voluto analizzare un tema contrapposto al black-out delle informazioni degli anni 80, che potesse farci riflettere sul gioco che si instaura tra media, classe politica e opinione pubblica, e su come l’informazione venga strumentalizzata, spettacolarizzata dal sistema media. Difatti abbiamo scelto di trattare un tema di grande attualità che sta suscitando l’attenzione pubblica, ovvero il caso delle intercettazioni telefoniche. Già nel giugno del 2007, furono pubblicate sul settimanale “L’Espresso”, alcune conversazioni tra il premier
Silvio Berlusconi, allora capo dell’opposizione, e l’ex direttore di Rai Fiction, Agostino Saccà. Il quale è stato accusato di aver cercato di trarre vantaggi personali dall’incarico di direttore, aiutato dal Cavaliere, il quale da parte sua avrebbe chiesto indirettamente appoggio all’amico Agostino per far lavorare
l’attrice Antonella Troise e per “comprare” senatori, al fine di far cadere il governo Prodi. Ora invece, dal settimanale “Panorama” del 1 settembre 2008 sono state pubblicate alcune conversazioni tra l’ex premier Prodi e il suo staff, quando erano a Palazzo Chigi, da cui risulterebbero richieste di raccomandazioni. Il professore infatti, avrebbe chiesto interventi, per aiutare suo nipote Luca, giovane azionista di minoranza di una società, e il suo consuocero, il dottore Fornasari, apprezzato primario dell’istituto ortopedico Rizzoli di Bologna. Da quanto emerge, scatta così il desiderio di una soluzione al caso “Intercettazioni”. È da ormai troppo tempo, difatti,che si adopera questo strumento per un uso criminoso ed abusivo, risultando spesso pericoloso e
preoccupante per le sorti della nostra Libertà e Democrazia. Effettivamente, è proprio preoccupante il fatto di poter essere sempre più spiati ed ascoltati, anche nelle più innocenti comunicazioni quotidiane, amichevoli o di lavoro, col rischio di subire persecuzioni e controlli severi ed infamanti. Il giornalista
Matteo Mion, nel quotidiano Libero, segnala difatti, come vi sia una distorsione assoluta nell’utilizzo dello strumento d’investigazione giudiziaria. Le intercettazioni oggi, non vengono disposte a seguito della notizia criminis, bensì sono le medesime a costituire la notizia criminis. Il contenuto di una telefonata controllata è oramai divenuto elemento costitutivo di un reato, salvo prova contraria. Questo quadro è davvero allarmante, siamo lontani dagli anni di Piombo, in cui il muro dell’informazione era impenetrabile. Anzi, oggi si assiste ad un muro facilmente violabile, un muro manipolato e strumentalizzato dalla classe politica, che si serve delle leggi, al fine di soddisfare i propri tornaconti personali. Di fatti, proprio di tale accusa viene colpevolizzato Berlusconi, il quale secondo il Pd, dietro la volontà di limitare l’abuso delle intercettazioni, si cela  il desiderio  di escludere tutti i reati «sensibili per lui», sottraendo così alla magistratura uno strumento che in molti casi si è dimostrato indispensabile.

Allora noi ci chiediamo: in una Repubblica come la nostra, ha ancora senso parlare di Democrazia? Perché sembra proprio che l’opinione pubblica non sia altro che il riflesso della classe politica dominante…e la paura dell’isolamento – come dichiara la Sociologa Elisabeth Noell-Neumann- e di non esser accettati dalla società, ci induce a salire sul carro dei vincitori.
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E’ stato un elaborato molto impegnativo che mi ha visto protagonista soprattutto nella realizzazione di un sondaggio con campione n°200 individui nel territorio campano. Come allegato metterò il sondaggio; se qualcuno dovesse essere interessato al lavoro, mi mandi pure un’email.

Elaborato sulla comunicazione

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Oggi mi sono trovato davanti ad un articolo decisamente buffo e lo riporto qui:

NEW YORK – Mentre Google festeggia i suoi primi dieci anni, qualcuno ne reclama la paterinità. Un video su YouTube dall’esplicativo titolo “la verità sulla nascita di Google” acquista sempre più popolarità nella rete. Nel filmato Hubert Chang, dottorato all’Università di New York, dichiara di essere il terzo fondatore del motore di ricerca, e che il suo nome meriterebbe di essere affiancato a quello di Larry Page e Sergey Brin.

La storia. Chang nel suo video afferma di aver conosciuto Brin e Page nel 1997, quando il professore Rajeev Motwani dell’Università di Stanford visitò il campus di New York. Entrato in contatto con Motwani, Chang gli chiese se conosceva qualcuno con cui poter collaborare per lo sviluppo di una sua idea di algoritmo di ricerca: la risposta furono due promettenti studenti di Stanford di nome Larry e Sergey.

“La collaborazione è stata intensiva ed interessante. Io, Brin e Page abbiamo realizzato insieme l’algoritmo di ricerca (il celebre PageRank), ma anche il business model basato su adsense e adword”, dice Chang che poi spiega perché di lui non si è saputo più nulla. Nella sua versione dei fatti, Brin e Page gli chiesero di firmare con loro il documento accademico di presentazione di Google, ma il giovane rifiutò per potersi concentrare sul suo dottorato (concluso nel 2002) a New York. Dopo aver raggiunto il suo obiettivo, Chang bussò di nuovo alla porta di Google, al tempo una piccola ma promettente startup, senza ricevere però le previste attenzioni. Da qui la decisione di pubblicare un video in cui rivelare la sua versione dei fatti. Purtroppo di tutto questo non esistono prove perché Chang ammette che “nel 1997 avevo poco spazio nella casella email e sono stato costretto a cancellare la corrispondenza con Brin e Page”.
I dubbi. Un mitomane o una storia vera? Secondo Motwani, interrogato sull’argomento da TechCrunch, sono tutte falsità. Il professore afferma di aver lavorato a stretto contatto con Page e Brin e di non aver mai notato un terzo soggetto dietro Google. Motwani non è infatti solo un famoso professore di Stanford, ma anche uno degli “angel investor” che hanno permesso ai due ragazzi di accedere ai finanziamenti per lanciare la loro società. “Può essere che ci sia stato uno scambio di email – chiude Motwani – ma l’affermazione di aver collaborato all’ideazione del nome, dell’algoritmo e del business plan è del tutto infondata”.

(Fonte: repubblica.it)

Ora posso dirlo…io sono il quarto fondatore di Google…e vi racconto la mia storia.

Era il lontano 1997, avevo circa 13 anni e frequentavo la scuola media. Ero un giovane dalle grandi prospettive e un giorno incontrai Larry, Sergey e Chang al Maracanà Pub di Castellammare di Stabia mentre sorseggiavano una Coca-Cola Ghiacciata (allora facevano l’erasmus alla Federico II e quindi si trovavano nei paragi…). Mi ricordo chiaramente che parlavano di algoritmi, funzioni e soprattutto di tabelline, io li aiutati a risolvere un nodo cruciale (se non erro, si trattava del risultato di 8×3=24) e brindammo insieme tra analcolici e patate messicane ( Larry ne andava pazzo). Confermo quanto detto da Chang e attendo che lui confermi la mia versione; purtroppo non avevo ancora una fotocamera digitale e non posso testimoniare in alcun modo quanto ho sostenuto. Però fidatevi!

Quindi cari Larry e Sergey, non fate i tirchi e datemi quanto mi spetta…io attendo, eh.

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Un pò di musica..

settembre 24th, 2008 | Posted by Gianmarco Esposito in Personale - (0 Comments)

…ci vuole. Soprattutto quando ti prendi una giornata di ferie: ferie dal mondo, dallo studio, dallo stress e forse anche dal proprio mondo. E allora ti capita di accendere la radio o di metter su il cd preferito, trovando in una melodia quello che stavi cercando e che senza la musica, sarebbe stato altrimenti indefinibile. I giorni passano in fretta e la colonna sonora di questo fine estate, si fa sempre più chiara.

Damien Rice – Amie

Alexi Murdoch – Orange Sky

Greg Laswell – Comes And Goes (In Waves)

Sick Puppies – Too Many Words

Eagles – I Don’t Want To Hear Any More

Toto – Only You

Pete Yorn – Ice Age

Ci sono stati d’animo che non è possibile descrivere se non tramite la musica…una delle cose più belle al mondo!

Buon ascolto! ;)

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E’ di poche ore l’annuncio di una tragica notizia: uno studente Finlandese è entrato armato nella sua scuola e ha esploso colpi a casaccio, uccidendo nove coetanei. Un gesto apparentemente senza motivazioni, se si ignorano quelle “ideologiche” richiamate dallo stesso ragazzo su internet.

“La vita è dolore e il prossimo a morire sei proprio tu”; queste sono le parole esclamate in un video presente su youtube, video che immortala il ragazzo mentre si allenava con la sua calibro 22 ed un bersaglio.

Aldilà del tragico gesto, resta da chiedersi come mai certe situazioni accadano così frequentemente in Finlandia, uno dei paesi più avanzati dal punto di vista del Welfare e senza alcun precedente sociale di matrice terroristica…

Resta senz’altro un dato importante, La Finlandia, secondo un rapporto Small Arms Survey del 2007, è il terzo Paese al mondo per numero di possessori di armi da fuoco pro-capite. Nel paese nordico c’è una rapporto di 56 armi ogni 100 persone, un dato che piazza la Finlandia alle spalle di Usa e Yemen ma davanti a Svizzera, Iraq e Serbia.

E la rete? perchè ignorarla?

La Finlandia è uno dei paesi più avanzati per quanto riguarda internet e l’ambito tecnologico. Non è un caso se molti degli hackers più ricercati al mondo, sono proprio di origine Scandinava. Ancora una volta, si presenta “rivendicazione” virtuale: il pubblicare ex-ante o ex-post le proprie assurde gesta così da poterle manifestare all’intero mondo in pochi clic. Un’ipotesi terrificante che affonda le proprie radici in una malsana voglia di far conoscere il proprio Ego più nascosto, un atto di egocentrismo puro che innesca una violenza talmente brutale da far venire i brividi.

E allora vien da chiedersi: cos’è che non va in questo paese? Si tratta di un “eccesso di accessi” (alla rete…) o perchè no, siamo davanti anche ad una parallela assenza di socialità pura, quella fatta di carne ed ossa, di piazze reali, di comunicazione reale e non virtuale?

Resta il fatto che 20 ragazzi sono morti in appena 10 mesi, per la più esplicita dimostrazione di banalità del male; proprio quella che Hannah Arendt usò per descrivere le atrocità compiute da Adolf Eichmann durante il regime nazista. Non si è di fronte ad un indole maligna ben radicata nell’anima, quanto piuttosto ad una completa inconsapevolezza del significato delle proprie azioni. Un meccanismo che accentua la relazione fra la facoltà di pensare, la capacità di distinguere tra giusto e sbagliato, la facoltà di giudizio, e le loro implicazioni morali. Ciò che la Arendt scorgeva in Eichmann non era stupidità ma qualcosa di completamente negativo definibile come l’assoluta incapacità di pensare.

Siamo di fronte a qualcosa di simile, come la variante stagionale di un noto (purtroppo) virus…e bisognerebbe darsi una mossa, affinchè cose del genere, non accadano mai più.

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Oggi è stato il giorno del ritorno…ritorno all’università, ritorno agli esami, ritorno alla solita vita. Ma c’è qualcosa di nuovo in una giornata simile: un pò di cultura “alternartiva” che si allontana dai miei schemi e che mi ha lasciato particolarmente sorpreso. Ho dato l’esame in “Comunicazione nel mondo plurietnico”, basato sul testo d’esame di Serge Latouche “L’altra Africa“; un esame decisamente antropologico e che tanto ho odiato a priori tante volte…finalmente è passato e tutto sommato, devo anche ammettere che non è stato poi così male.

Mi ha portato a sapere tante cose nuove su questo continente…come ad esempio l’esistenza di un’Africa di risposta a quella ufficiale, decretata fallimentare dal tocco e dal punto di vista occidentalista; un’Africa che reinventa un ordine tutto suo che mixa la sfera economica a quella sociale secondo la logica del re-embedded, che rende le pratiche oblative ricche di significato sociale a tal punto da farle diventare fenomeni sociali totali…un’Africa nuova, diversa ma soprattutto viva e nascosta: ai nostri occhi e dai nostri occhi.

L’Africa sa essere un paese del mondo che noi tutti viviamo, senza che venga obbligatoriamente traslocata su un mondo alternativo (terzo mondo); basterebbe permettergli un pò di sana libertà e soprattutto evitare di applicare la nostra famosa presunzione occidentale: la presunzione che ci porta a pensare che siamo migliori rispetto ad altri, quelli della super-macro-economia globale, integrata e offshore che caratterizza i paesi più evoluti e che proprio in queste ore pratica harakiri (Alitalia, Crisi dei mutui, Fallimento Lehman, etc…).

Vivere l’economico nel sociale, non è poi una cosa da matti…ma forse, è meglio non spargere troppo la voce in giro, proprio come suggerisce Latouche: bisogna evitare l’universalismo dell’economia mercantile, evitare di creare un’altra scienza trans-storica e soprattutto evitare di sfociare in un’altra economia…piuttosto bisognebbe uscirne…

…e smettere di essere i soliti egoisti.

In bocca al lupo, Altra Africa.

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Sto pensando alla tesi…finalmente posso dirlo! Tesi, tesi ed ancora tesi…è passato un bel pò da quando il Prof. Ragozini mi rimproverava l’uso improprio del termine “tesi” per la laurea triennale…era una “prova finale”, diceva…col cavolo (aggiungo io), viste le notti insonni a scriverci su! Va beh, scherzi e notazioni storiche a parte, scegliere il tema è sempre un lavoro difficile e per quanto possa sembrare prematuro, io sto qui a pensarci.

Non si tratta di scrivere un lavoro che attesta e certifica le proprie abilità in una data materia, ma si tratta di scrivere qualcosa sul proprio futuro…la tesi della specialistica è il proprio biglietto da visita, ciò che orienta il proprio profilo professionale; ed è per questo che il dilemma si presenta più forte che mai: Human Resource Management o Marketing?

Entrambi sono percorsi che mi piacciono tantissimo ed in entrambi potrei applicare le mie conoscenze informatiche, statistiche, di ricerca e di comunicazione…quindi?

Ora come ora, sono più orientato al campo dell’human resource management e se penso alla tesi, mi vien fuori un’idea tosta, concreta ma forse un pò remota…Sto pensando alla progettazione e magari alla realizzazione di un software che controlli alla perfezione la sfera della gestione delle risorse umane, incentrato su alcuni elementi essenziali:

-Il concetto di ICT (Information and Communication Technologies)

-Human Resource Management: dati, skills, profili, etc…

-Statistics

-Reti sociali e comunicative interne all’azienda

-Task/project Management

E’ una prima idea, una valida idea…e chissà che non andrà in porto. In tal caso dovrò studiare approfonditamente i software presenti sul mercato e creare qualcosa di diverso…

Chissà!

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Stamattina mi è capitata una situazione particolare…ore 9:53, mi siedo alla scrivania, son carico grazie ai miei ColdPlay e con l’intento di riprendere il libro per l’esame di “Comunicazione nel mondo plurietnico“…all’improvviso l’inconfondibile suono di Msn anticipa l’apertura di una finestra di conversazione: è una mia ex-collega, cancellata dai miei contatti da anni (perchè in effetti non ci siamo mai parlati…) e sbucata così all’improvviso! Inizia così una conversazione rapida e decisamente “interessante” dal punto di vista socio-comunicativo…ecco qui riportata la conversazione:

C: Ciao Gianmarco

C: Come stai?

IO: Wewe

IO: Benone, a parte la caviglia semirotta

C: Vabbè, capita..

IO: Eh si

C: Senti gian, ti volevo chiedere un piacere

IO: Dimmi

C: Se non sbaglio tu hai fatto l’esame di organizzazione,competenze e valutazione…ma non è che tu hai tipo qualche riassuntino?

IO: Eh no sorry

C: e vabbè….vorrà dire che ti porterai sulla coscienza il mio esame andato male…

IO: mi spiace…l’ho fatto una marea di tempo fa

C: grazie lo stesso e buona guarigione…

IO: grazie! Ciao ciao

CONVERSAZIONE FINITA

Cosa c’è di strano in questa conversazione? E’ una chiarissima ( e indiretta…) messa in pratica  delle teorie di Schegloff, Coupland e di Sacks in merito all’analisi della conversazione. Secondo le loro teorie, le aperture delle conversazioni sono un luogo interazionale denso: le persone si posizionano reciprocamente e in modo preciso nel giro di poche battute di fuggevoli istanti. Pochi elementi lessicali, brevi e compatti. L’interazione si svolge passo dopo passo; è il classico esempio del “problema del posizionamento”: la ragione della chiamata/contatto deve essere collocata ad un certo punto, non si può contattare la persona e subito dopo il “ciao” arrivare direttamente al punto. Secondo Schegloff ci sono almeno 3-4 sequenze prima di arrivare al primo argomento. Dopo il contatto, è presente solitamente una sequenza di identificazione, in questo caso assente perchè la visualizzazione del contatto lascia intendere chiaramente l’interlocutore. Una volta riconosciute, le due persone si salutano: un tipico rituale di sostegno; si apre una porta simbolica di entrata alle richieste di disponibilità e di attenzione dell’interlocutore. Dopo il saluto è facile imbattersi in frasi del tipo: Come stai? Come va? Classica sequenza della salute. A questo punto Sacks sostiene che la risposta “Bene grazie” è la più frequente, anche se spesso è una bugia. Attraverso questo rituale ci si dimostra la propria curiosità, dimostrando tatto e cortesia. Ma la risposta della domanda sulla salute cambia inevitabilmente la chiamata: rispondere bene, meravigliosamente bene o male, ovviamente fa prendere tre percorsi differenti alla conversazione. La sequenza della salute provvede nel modo migliore al compito di far ingranare il meccanismo della conversazione, di indirizzare la direzione del dialogo verso il punto focale informativo dell’incontro. Secondo Coupland, tale sequenza è un’ottima occasione per verificare la negoziazione di comunione fàtica tra le persone impegnate in una conversazione…così si apre al punto focale della chiamata. Spesso il silenzio indica che la conversazione è finita e si ricorre al saluto; anche frasi del tipo “ va bene…o allora…” chiudono il discorso; la sequenza finale chiude con saluti reciproci. La sequenza  finale è costituita da una coppia di coppie: la prima è una prechiusura e la seconda introduce i saluti.

La teoria riportata sopra si adatta alla perfezione alla conversazione! E’ assurdo! Rivediamo…

C mi chiama per chiedermi dei riassunti (punto focale) ma sa benissimo che sarebbe scortese scrivere direttamente la richiesta senza un minimo di interesse generale…si pone così il problema del posizionamento: a che punto inserire la richiesta? Ma chiaramente dopo una domanda sul mio stato di salute…il mio avatar mostra il mio piede gonfio, e quale migliore occasione per chiedere proprio di questo! Ci sono esattamente 3 sequenze prima di arrivare al punto focale (Schegloff sei un genio…); il mio “Benone” dopo la domanda sulla salute è chiaramente una bugia: la caviglia mi fa male da morire e mentre scrivo la tengo immersa in un secchio di ghiaccio…ma il “benone” ovviamente apre la conversazione in maniera positiva e lascia spiraglio al seguito, ovvero il vero obiettivo  della conversazione (da notare che non è stata posta alcuna domanda precisa sul mio stato di salute, del tipo: “Come ti sei fatto male? Cos’hai di preciso? Stai facendo delle cure? Sei stato da un dottore?”; ma C risponde con un disinteressato “Capita“, come se la parziale lesione al legamento peroneo astragalico anteriore e posteriore, sia cosa da tutti i giorni…). Conclusa la sequenza della salute (e qui Sacks ha fatto centro…), interviene la teoria di Coupland: inizia il punto focale (che ho riassunto). La richiesta non va a buon fine e il “vabbè” chiude il discorso: inizia la sequenza finale con saluti reciproci costituita da una coppia di coppie…la prima è una prechiusura e la seconda i saluti.

PS: da oggi in poi penso che prenderò più sul serio quello che studio…specialmente qualsiasi forma di sistema statistico valido per il superenalotto…

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Un browser “Cromato”

settembre 2nd, 2008 | Posted by Gianmarco Esposito in Tecnologia - (0 Comments)

Come un fulmine a ciel sereno…ecco che google prepara il lancio del suo browser, a questo punto imminente…e sul web, le anticipazioni non frenano la loro corsa…eccone riportata una, quella a mio giudizio più completa e dettagliata, a cura di Luca Annunziata di PI:

Non una vera e propria rivoluzione, ma poco ci manca. Google deposita nelle caselle di posta (quelle vere, non quelle fatte di bit) di alcuni addetti ai lavori statunitensi un album a fumetti e alza il velo su una novità per certi versi inaspettata: BigG sta lavorando ad un browser web di nuova generazione, basato su WebKit e completamente open source. Progettato tenendo in mente il web 2.0 e la sicurezza dei netizen.

Si chiama Google Chrome, e ha visto la luce negli scorsi mesi nei laboratori di Mountain View: come detto, la sua base è il motore WebKit utilizzato anche da Apple, già sfruttato da BigG per il browser di Android. A differenza però di altri prodotti che condividono lo stesso engine, Chrome adotta un principio originale per la gestione della memoria. Ciascuna tab di navigazione risiede in un processo separato e questo, spiegano, garantisce diversi vantaggi: primo su tutti, una occupazione ridotta e più razionale della memoria di sistema.

Sotto il cappello di Chrome ciascuna pagina web godrà di totale indipendenza: se questo da un lato eliminerà in un colpo solo tutte le attese legate alla virtual machine java o javascript che congela l’intero browser per colpa di una sola finestra, dall’altra garantirà anche maggiore velocità operativa e sicurezza. La velocità sarà garantita da una macchina virtuale javascript riscritta da zero, denominata V8 e definita più rapida di qualsiasi altra in circolazione: merito, spiegano i tecnici Google, di una garbage collection altamente perfezionata e di una gestione avanzata di classi fantasma che consentono una più efficace gestione degli oggetti generati durante l’esecuzione.

La sicurezza, invece, si deve ad una gestione più attenta dei processi in corso in ogni tab, con un occhio di riguardo al malware e al phishing. Il tutto grazie anche all’impegno di lunga data di Google su questo fronte, che ha permesso la nascita di blacklist utilizzate spesso anche nei servizi di altri produttori di software. Le eventuali finestre pop-up, poi, vengono gestite all’interno della finestra che le genera, e vengono visualizzate dall’utente se e solo in caso di una sua esplicita richiesta con un clic. E poi c’è pure una finestra per la navigazione che non lascia traccia nella cronologia.

Per ribadire l’originalità di Chrome, BigG ne ha anche variato l’interfaccia: le tab migrano da sotto la barra degli strumenti alla sommità della finestra, a sottolineare l’indipendenza delle pagine che potranno essere facilmente separate in finestre distinte o riunite, magari riorganizzandole per argomento. Il tutto, garantiscono i tecnici disegnati con china e matita, è stato ampiamente testato da Google stessa su milioni di pagine web, così da garantire la rispondenza agli standard e la capacità del browser di confrontarsi con veri siti.

La rappresentazione della divisione tra processiNon mancano poi una sorta di “nuova tab” di default che contiene i 9 siti più visitati, una barra degli indirizzi più intelligente che sa perfettamente cosa l’utente vuole digitare, per non parlare dell’integrazione di Google Gears nel pacchetto affinché la scrittura di applicazioni e plugin risulti sempre più semplificata sotto l’egida del marchio di Mountain View. C’è persino una sorta di “monitor di sistema” (task manager) integrato nell’applicazione, per tenere d’occhio quali finestre e quali plugin stiano eventualmente attingendo alle ultime sacche di RAM rimaste libere. Tutto questo, garantisce BigG, in perfetto stile e filosofia open. Chrome sarà in un certo senso donato alla comunità, chiunque potrà farne quello che vuole (ovviamente nel rispetto della licenza d’uso): Google dice di voler ripagare tutti quei navigatori e quegli sviluppatori che hanno fatto la sua fortuna, puntando a contribuire all’evoluzione del World Wide Web e ad offrire un aiuto concreto allo sviluppo di altri progetti come quelli di Mozilla.

Sono proprio questi ultimi ad avere più da temere dalla discesa in campo di Google nella guerra dei browser. Il peso e i capitali di BigG potrebbero senz’altro schiacciare la lunga rincorsa di Firefox al primato di Explorer: sempre che a Mountain View decidano di trasformare Chrome in una applicazione vera e propria, piuttosto che in una dimostrazione di stile in stato di beta o addirittura di alpha.

Alcuni indizi potrebbero lasciar supporre che per il momento Google non faccia (ancora) troppo sul serio: gli accordi con Mozilla Foundation per le provvigioni sulle ricerche effettuate nei loro browser sono stati appena rinnovati fino al 2011, segno probabilmente che c’è ancora qualche anno di tempo (Fonte: http://punto-informatico.it/).

Google arriva e già ci si chiede chi sarà a soffrire di più l’ingresso del nuovo browser…sinceramente mi aspetto molto da questo browser e non nascondo che lo proverò; attualmente, nonostante io sia fortemente legato alla Apple, utilizzo da diversi anni Firefox (che ultimamente mi sta dando qualche grattacapo in termini di affidabilità…). A mio avviso, Safari non sarà minacciato dalla presenza di Chrome…a temere questo ingresso dovranno essere lo stesso Firefox e soprattutto Internet Explorer: l’unico browser che per prestazioni, attributi e specifiche, resta davvero anni luce indietro…

Il tempo dirà tutto…nel frattempo, godiamoci qualche fumetto!

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